Il ruolo del Quirinale e la storia che ritorna
In pratica, si accusa il capo dello Stato di intelligenza col nemico. Lo sussurrano nel Pd, lo strillano i grillini, lo scrivono Repubblica e il Fatto. Gli stessi che evocavano scenari sudamericani di fronte alla scenaggiata dei parlamentari berlusconiani assiepati sulla scalinata del palazzo di giustizia milanese: più che un’esibizione di forza, una manifestazione di impotenza. Criticare un tribunale è dunque vietato, delegittimare la massima carica istituzionale è invece consentito. La colpa di Napolitano? Non spellarsi le mani davanti al tentativo di mettere fuori gioco per via giudiziaria un leader politico appena votato dal 29% degli italiani. Ma il capo dello Stato non è un poliziotto: è il garante della funzionalità del sistema politico-istituzionale, e il suo primo e superiore dovere consiste oggi nel fare il possibile per consentire a parti politiche mai così sbandate e contrapposte di uscire da un vicolo cieco dando un governo al Paese. Il perseguimento di singoli reati può attendere. Così, almeno, nella retorica quirinalizia. Perché nei fatti appare chiaro che Giorgio Napolitano non farà da «scudo» al Cavaliere: non ne ha né la forza, né la voglia. Lascerà dunque correre, con ciò agevolando il consueto sconfinamento della magistratura sul terreno della politica e, probabilemnte, il conseguente dissolvimento del Pdl. Sconcerta notare come la storia si ripeta. Cambiano i ruoli, buona parte dei giustizialisti del ’93 sono le ‘vittime’ di oggi, ma non avendo sciolto il nodo del rapporti tra politica e giustizia né quello, decisivo, delle riforme istituzionali, ciò che vent’anni fa accadeva in forma di tragedia oggi ritorna in forma di farsa.