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La strana coppia Grillo-Napolitano

Lo ha definito «Morfeo», «omiccolo», «monarca», «golpista» e «marziano». «Fammi un monito» è l’allusivo intercalare che ha usato nell’accusarlo di filoberlusconiasmo per aver firmato il lodo Alfano. Ne ha più volte, e provocatoriamente, ricordato la giovanile militanza nei Gruppi universitari fascisti e «le nobili ed alte parole» pronunciate ai tempi della sanguinosa repressione dei moti ungheresi («l’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo»). Lo ha accusato di «violare la legge» e attraverso il suo blog ha promosso un sondaggio sul «peggior presidente della repubblica», naturalmente vinto dal Nostro con il 53,67% dei voti. Sarà interessante, oggi, assistere al loro primo incontro. E ben si comprende la curiosità di un Cacciari, idealmente pronto a sacrificare «un anno di vita» per poter essere presente sotto forma di «mosca» allo storico faccia a faccia tra Beppe Grillo e Giorgio Napolitano.
Difficile immaginare due personalità così diverse. Tutto politica e partito, Napolitano. Tutto spettacolo e movimento, Grillo. Serio fino alla noia, il primo; allegro fino alla frivolezza, il secondo. Quando, nei primi anni Settanta, Napolitano era responsabile Cultura del Pci, Grillo veniva scoperto in un club milanese da Pippo Baudo. Quando, nei primi anni Ottanta, Napolitano metteva in guardia Berlinguer dal settarismo politico, Grillo scorrazzava in Ferrari Testarossa ebbro del successo televisivo. Per lui, Napolitano è «il presidente dei partiti», non degli italiani. Mentre Giorgio Napolitano crede fermamente alla funzione dei partiti politici e in quella ragion di Stato che fa invece inorridire i grillini. L’attuale presidente della repubblica è infatti parte di una genia per cui la politica è la cosa più seria del mondo: occorrono professionalità, dunque, esperienza e cultura specifiche. L’esatto contrario del grillismo. Di cui arrivò a negare l’evidente successo. Dopo le scorse amministrative, gli chiesero conto del «boom» grillino, e lui, serafico: «Di boom ricordo solo quello degli anni Sessanta in Italia; altri non ne vedo…».
Già una volta i due avevano incrociato le lame. Accadde durante le celebrazioni del 25 aprile, quando il capo dello Stato invitò i partiti a rinnovarsi «per non dar fiato a qualche demagogo di turno». Nessuno ebbe dubbi: il demagogo in questione era Beppe Grillo. Il quale però in almeno due occasioni rese onore al «monarca repubblicano». La prima, recente, fu quando Napolitano evitò di incontrare il tedesco Steinbrueck che aveva appena deplorato l’affermazione di «due comici» alle elezioni italiane. «Chapeu!», commentò Grillo, ecco «un italiano che ha tenuto la schiena dritta». Ma come al solito i giornali esagerarono, teorizzando un nuovo inizio nel rapporto tra i due. Si trattava invece solo, e dichiaratamente, «dell’onore delle armi». La volta precedente non la ricorda invece nessuno. Era il 30 luglio 2011, Berlusconi stava ancora al governo, la crisi divorava i risparmi degli italiani e Beppe Grillo indirizzò al Quirinale una lettera aperta insolitamente argomentata. Ecco il passaggio chiave: «In questa situazione lei non può restare inerte. Lei ha il diritto-dovere di nominare un nuovo presidente del Consiglio al posto di quello attuale. Una figura di profilo istituzionale, non legata ai partiti, con un unico mandato di evitare la catastrofe economica…». Quattro mesi dopo, Napolitano fece premier Mario Monti. E in questi giorni, condividendo con Grillo lo scetticismo su Bersani, vorrebbe fare qualcosa di simile. La possibilità di affidare il governo ad «una figura di alto profilo istituzionale, non legata ai partiti» sarà dunque oggetto dell’odierno incontro tra due uomini figli di mondi diversi ormai irrimediabilmente sovrapposti.