Un sogno: col governo del Presidente verso il presidenzialismo
Ora, sta a Giorgio Napolitano comporre il rebus del governo. Il capo dello Stato non ha creduto al bluff di Pier Luigi Bersani, si è dunque riservato di andare a vedere personalmente le carte dei partiti e già questa sera prenderà atto dell’assenza di una maggioranza politica «certa» pronta a votare la fiducia al segretario del Pd. A questo si è arrivati dopo un duro confronto tra i due, concluso con una scelta — quella dell’ulteriore giro di consultazioni quirinalizie — fatta anche per salvare la faccia al premier incaricato. Una sorta di onore delle armi, nella speranza (assolutamente ben riposta) che tutto il partito e non solo una parte accetti poi di dar vita ad un governo del Presidente con i voti del Pdl ed auspicabilmente anche con quelli dei grillini. Rifiutarsi sarebbe impossibile. Dal Quirinale al Vaticano, da Confindustria ai sindacati, dal mondo bancario a quello imprenditoriale, dai partner europei agli Stati Uniti, tutti chiedono la stessa cosa: che l’Italia si doti in tempi rapidi di un governo stabile. L’impennata dello spread ieri e il prevedibile nervosismo dei mercati oggi, danno la misura della posta realmente in palio. Nessuno intende assumersi la responsabilità di riportare l’Italia ai livelli del novembre 2011. Certo, il fatto che Giorgio Napolitano sia costretto a seguire la via dell’arabesco anziché la retta di un nuovo ed immediato incarico aiuta a capire lo stato di sofferenza del Pd e dei suoi dirigenti. Due partiti in uno, forzatamente condannati alla coabitazione. E’ triste dirlo, ma l’impressione è che la stagione politica di Pier Luigi Bersani volga ormai al crepuscolo. Scavalcare il suo cadavere politico e dargli degna sepoltura sarà da domani la principale preoccupazione dei dirigenti del Pd. Di tutti i dirigenti del Pd. Bersani ha infatti perso le elezioni per non essersi preoccupato di vincerle e nella speranza di vincere la partita del governo ha confermato la linea che l’aveva appena condotto all’insuccesso: anziché passare la mano, si è intestardito; anziché aprirsi, si è arroccato; anziché cambiare strada, si è pervicacemente incamminato lungo una via — quella del mortificante corteggiamento dei grillini — che a detta di tutti tranne che del segretario portava dritta in un burrone. E così è stato.
Ma non tutte le fiches che ha scompostamente gettato sul tavolo della trattativa col Pdl sono destinate a rimpolpare le casse del banco. L’idea della Convenzione per le riforme istituzionali resta una buona idea. E se era oggettivamente assurdo pensare di poterla coniugare con la nascita di un governo di parte, ben si concilia invece con un governo del Presidente. Se dunque quel governo vedrà la luce, non dovrà solo cercare di tamponare le falle dell’economia reale né guidare la modifica per via parlamentare della legge elettorale. Dovrà fare anche il possibile per dare al Paese quelle istituzioni efficienti ed efficaci di cui si parla da almeno trent’anni. Se i partiti ne avranno il coraggio, la via della Convenzione appare la migliore per raggiungere lo scopo. E sarebbe suggestivo che nel breve tempo di un governo del Presidente l’Italia possa infine diventare una repubblica presidenziale.