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Ho visto un re: Enzo Jannacci

Giorgio Gaber era già da un po’ che lo aspettava. Ma  Enzo temporeggiava. Di riunirsi con l’amico, in quella coppia degli anni 50 nota come ‘ I due corsari’ proprio non ci teneva. Alla fine si è arreso, in silenzio, proprio mentre i giornali chiudevano, e il poco tempo a disposizione forse permetterà di avere articoli più concisi e sinceri, come lui avrebbe voluto. Chissà se riusciremo a fare capire quanto importante è stato Enzo Jannacci, il lunatico poeta teatrale di una Milano così diversa dal resto dell’Italia, in quegli anni 60 dove tutto sembrava ricominciare da capo. La Rai lo scartò dopo un audizione: ‘Non idoneo a essere presentato come inteprete di canzoni’ vergò un giudice nella sua scheda. Percarità, capita. Anche perché Jannacci non è che avesse un certo appeal scenico: magrolino studente di medicina, gli occhiali alla Clark Kent…no, il video non lo bucava. Eppure scriveva delle belle canzoni. Amava il rock and roll, il jazz. E il teatro. Lo ricordate con Cochi e Ponzoni, Ric e Gian, e naturamente Dario Fo, con cui scrisse ‘Vengo anch’io, no tu no’, con quel ritornello acchiappa-hit parade. Eccolo il successo, è il 1968 la Rai lo invita a ‘Canzonissima’ , vogliono che canti ‘Vengo anch’io’, lui preferirebbe ‘Ho visto un re’, inno satirico anche questo firmato da Fo, ma la commissione della Rai si spaventa. Teme polemiche, quindi niente ‘Ho visto un re’. E Jannacci non la prende bene, se il prezzo del successo è questo, lui non è disposto a  pagarlo.  Fa un passo indietro. E sparisce. Finisce all’estero, depone la chitarra e diventa muratore, poi raccoglitore di patate in Germania, pizzaiolo a New York per poi perfezionarsi in cariochirurgia in Sudafrica al fianco del luminare Christiaan Barnard. Una strada ammirevole.

Il bisturi da una parte e la chitarra dall’altra, con quelle parole da cantare, con quei testi a volte così feroci, amari e ironici. Quante canzoni, satiriche, sarcastiche, ‘Mexico e nuvole’ e ‘Bartali’ di un giovane Paolo Conte, ‘Ragazzo padre’, ‘L’armando’, ‘El portava i scarp de tennis’ , ‘E la vita e la vita’ (con Cochi e Renato), ‘La poiana’, ‘Vincenza e la fabbrica’, ‘Faceva il palo’, puro cabaret cantato, perché il teatro era sempre lì. Con il povero Beppe Viola, penna raffinata prestata a 90esimo minuto, diedero vita alla pièce ‘La tapparella’. La sua è una musica nascosta, nel senso che a Milano piace da morire, ma il successone global di ‘Vengo anch’io no tu no’, quello non c’è più. Anche se le canzoni bellissime sono tante: ‘Rido’ aveva un verso geniale, ‘Se cade Thoeni rido’.  Bisogna aspettare gli anni 80, con ‘Ci vuole orecchio’ perché il grande pubblico torni ad accorgersi di lui. Lo stesso pubblico che oggi lo piangerà immensamente, troppo tardi, come sempre purtroppo accade.

In questo momento in tante case di Milano stanno tirando fuori i 33 giri di una volta, vinili sul piatto e i genitori spiegano ai figli chi era Enzo Jannacci.