Only the lonely
Il rock americano è, naturalmente, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Ryan Adams, Jackson Browne, Tom Petty (e scusate chi dimentico). Parliamo del rock che narra di strade polverose, amori infranti, vite operaie, guerre sbagliate. Eppure c’è un’altra anima di quell’America che in Italia conosciamo pochissimo. Ha il volto, tondo e rubicondo per niente da star, di Roy Orbison, il rocker più sfigato della terra. Non ci credete? Allora leggete la sua storia.
Nato nel 1936, Orbison cresce bruttino e timido, ma con una chitarra sempre al suo fianco. Ragazzo dalla pelle pallidissima, si nasconde dietro ad un paio di enormi occhialoni dalle lenti fumè, infagottato in terrificanti giacche a frange. Fin da ragazzo elabora uno stile particolare: canzoni semplici, con sfondo di archi lacrimosi, testi quasi tutti d’amore, melodie plasmate con refrain melodrammatici e soprattutto infarcite di tanto miele che stomacherebbe anche Winnie Pooh. Ma Roy ha subito un suo successo, negli Usa. Perché? Perché la sua è la voce più bella del mondo: pulita, soprattutto lirica, in grado di raggiungere toni altissimi.
Siamo negli anni Sessanta, il problema è che in America c’è un altro tizio che fa musica come la sua, ma con un sex appeal decisamente superiore: mister Elvis Presley. Comunque il ragazzo ha successo, scrive centinaia di canzoni e si ritaglia un suo pubblico. Nel 1964 il botto, scrive ‘Pretty woman’. Lo so quello che state per dire, ma non è dei Van Halen? Nossignori, è del vecchio Roy quella canzone, usata poi come jingle per gli scompensi dollarosi-ormonali ‘mi ami per quel che sono o per i miei soldi’ sbattuti sul grande schermo dalla coppia Richard Gere-Julia Roberts. Le charts si accorgono di lui, si sposa con Claudette, arrivano tre figli. La vita sorride, alla faccia della concorrenza di Elvis? Illusione, nel 1966 Orbison e signora escono con due moto per fare un giro. Claudette ha un incidente e muore. Due anni per riprendersi dal dolore e nel 1968 un incendio devasta la casa di Roy, uccidendo due dei tre figli. Come ci si può riprendere da un bastardo simile attacco del destino? Semplicemente non ci si riprende.
Negli anni Settanta Orbison si esibisce nei locali country americani. Sinceramente fa un po’ pena, ingobbito dal dolore, con la sua figura così demodè, fra stivaletti da cowboy e giacche di pelle mentre in Inghilterra il vento del punk spazza via tutto il vecchiume possibile, comprese le sue ballatone sentimentali. Un uomo e un cantante finito: questo è Roy Orbison negli anni Ottanta. Ma siccome un briciolino di giustizia a questo mondo a volte c’è, Bruce Springsteen decide che è tempo che il mondo riscopra Roy, proprio che lui che l’aveva omaggiato nella sua epica ‘Thunder road’ (il Boss scriveva nel testo ‘Roy Orbison canta per i solitari’, rifacendosi ad un successone di Roy, ‘Only the lonely’). E così nel 1987 chiama a raccolta Tom Waits, Elvis Costello e suonano con il vecchio maestro in un memorabile concerto-tributo a Los Angeles. Quella sera frutterà un cd, ‘A black and white night’, bellissimo, con le sue canzoni più belle: ‘Crying’, ‘Only the lonely, ‘Blue bayou’, Ooby dooby’, ‘Dream you’, ‘Leah’ e naturalmente ‘Pretty woman’. È la rinascita. Tutti dicono, mica male questo Orbison. Lui ha 50 anni, il look fuoritempo di sempre, il volto innocente e la voce ancora bella come una stella alpina. Si risposa con Barabar e nel 1989 entra a far parte di un supergruppo, moda di quegli anni, i Travelling Wilburys: con lui Jeff Lynne, George Harrison e Tom Petty. Incidono un album che sbanca Billboard. La resurrezione è ormai totale, Roy è fertilissimo, attualizza un po’ la sua scrittura e prepara un altro album, ‘Mystery girl’: il disco straripa di vip, George Harrison, Tom Petty, Bono e The Edge (che scrivono ‘Mystery girl’) e, purtroppo, Jeff Lynne. Perché purtroppo? Perché Lynne, padre padrone dell’Electric light orchestra, ha una mano produttiva kitsch e pesante, un’impronta appiccicosa che ben si sente in ‘You got it’, ‘A love so beautiful’ e ‘Windsurfer’. L’album resta comque bellissimo. È pronto per i negozi quando il destino ritiene che il conto del signor Roy Orbison vada ancora saldato. Un infarto stronca la seconda giovinezza, la vita, di Orbison. È il 6 dicembre 1988: aveva 52 anni.