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L’ultima spiaggia di un Pd che ricorda tanto la Dc

Pier Luigi Bersani non si è affatto rassegnato. Punta ad eleggere un capo dello Stato che lo rinvii alle camere nella speranza di ottenere la fiducia, o quantomeno di poter gestire da palazzo Chigi la normale amministrazione del governo in vista del voto. Per poi ricandidarsi, s’intende. Agita dunque davanti al naso di Berlusconi lo spauracchio di un Prodi o un Zagrebelsky assisi al Colle, sperando di scambiare un presidente ‘compatibile’ con un via libera di fatto al proprio governo. In subordine, e con lo stesso fine, non esclude di  lisciare il pelo ai grillini facendo eleggere davvero al Quirinale un antiberlusconiano di ferro. In entrambi i casi, la scommessa è azzardata e l’instabilità del fantomatico governo Bersani sarebbe l’unica certezza. Da ieri, però, la questione è: su quanti voti potrà contare in parlamento Pier Luigi Bersani? L’elezione del presidente della repubblica avviene infatti a scrutinio segreto e con la sua intemerata Matteo Renzi ha detto al segretario del Pd che non intende assecondarne i giochi. C’è da credere che Veltroni, D’Alema, Letta, Franceschini e quanti confidano ancora in  un governo del Presidente faranno altrettanto. Ad oggi, dunque, il Pd assomiglia pericolosamente alla Dc dei bei tempi andati: un partito diviso, animato da correnti tra loro ostili e da visioni del mondo sostanzialmente antitetiche. Per i democristiani, quella per l’elezione del capo dello Stato era la madre di tutte le battaglie. Lo sarà anche per i democratici, se Bersani continuerà a non farsi carico del dissenso interno. Forse non può. Forse, ritiene che ceduto il passo finirebbe rottamato anche lui. E’ un problema diffuso, oggigiorno: l’idea che chi perde una mano perde anche l’intera partita. Una politica ridotta ad ultima spiaggia, una spiaggia lambita dallo tzunami del rinnovamento e dalla marea montante della magistratura inquirente. Vale dunque anche per Silvio Berlusconi. E per Matteo Renzi, che anticipa la battaglia nel partito perché convinto che il treno delle elezioni potrebbe passare troppo presto o troppo tardi e comunque lasciarlo a terra. Ecco, da questo sentimento i capicorrente democristiani erano immuni. Il sistema politico gli consentiva infatti di considerarsi immortali. Oggi non è più così. Oggi chi teme di soccombere rompe gli ormeggi e fonda un partito. Lo farà anche Renzi, se sarà costretto.