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Prudenze e astuzie dei papabili per il Quirinale

Poiché tutto ciò che diranno verrà certamente usato contro di loro, la regola aurea in questi casi è: volare basso, parlare il meno possibile, evitare passi falsi. E alla regola si stanno scrupolosamente attenendo tutti coloro che, a torto o a ragione (forse, più a torto che a ragione), figurano in questi giorni tra i papabili per il Quirinale. Con qualche astuta eccezione, però. Romano Prodi, ad esempio, ha approfittato della morte di Margharet Thatcher per strizzar l’occhio ai grillini antimercatisti e ad una sinistra che sembra aver scoperto l’importanza dello Stato. Sul Sole 24Ore di ieri ha dunque accusato la Lady di Ferro di aver «ridotto lo stato a niente» e di aver «creato le condizioni per l’esplosione della crisi finanziaria». Posizioni politiche, poiché la Thatcher ha ridotto la spesa pubblica inglese così come Prodi con le privatizzazioni ridusse la sfera pubblica italiana. Ma lo Stato britannico resta a dir poco forte, mentre debolisimo appare lo Stato italiano a causa di un’Europa e di un’euro malcostruiti anche da Prodi. Quanto alle responsabilità sulla crisi finanziaria, ancor più che alla Thatcher vanno attribuite a Blair e a Clinton, con cui Prodi vagheggiava un «Ulivo mondiale».
Posizioni tattiche, dunque. Analoghe a quelle di Giuliano Amato, che quando doveva ingraziarsi i Ds sul punto di sciogliersi, al Congresso di Firenze citava Marx ed ora che ha bisogno dei grillini veste i panni del No-Tav. «E’ legittimo chiedersi se il progetto della Tav abbia ancora senso…», ha recentemente dichiarato. E’ legittimo, naturalmente, ma proprio adesso Amato se lo chiede?
Quanto a Massimo D’Alema, Peppino Caldarola, che lo conosce bene, assicura che «ha scelto la linea del basso profilo, e la applica in modo drastico». Si morde la lingua, dunque, perché se parlasse dovrebbe dire tutto il male possibile di Bersani e della sua linea politica «primitiva, perché ottusamente chiusa ad ogni confronto col Pdl». Ma è troppo tardi, ormai. Quel che pensa, nelle scorse settimane D’Alema l’aveva già detto al Corriere e al partito riunito in Direzione: con ciò guadagnandosi sia le ulteriori simpatie dei berlusconiani (e non ce n’era bisogno) sia la definitiva ostilità dei bersaniani (del cui sostegno ci sarebbe stato invece bisogno eccome). Ma D’Alema — che non si fa illusioni sul buon esito della battaglia — è un combattente e il suo spirito guascone lo invoglia spesso a dire quel che pensa. Franco Marini — che invece ci conta — è il suo contrario. «Non manifesta mai quello che pensa; è impossibile dire che gioco faccia; evita sempre gli attacchi frontali»: così, con tre rapide pennellate, lo descrive l’ex ministro democristiano Enzo Scotti, che lo conosce da quand’era studente universitario e frequentava la Cisl. Non a caso, nell’ultima Direzione del Pd Marini ha svolto il prezioso ruolo del pompiere pro-Bersani. E subito s’è nuovamente chiuso in un silenzio impenetrabile. Così come Emma Bonino del resto. Che, mentre si gode il coro dei suoi fan sparsi nei partiti e riuniti in comitati, nell’ultima settimana ha prudentemente declinato gli inviti televisivi di Santoro, Annunziata, Lerner e diverse altre offerte di Rai e Sky. Gli è scappata giusto un’intervista a Repubblica con cui ha criticato la mancanza di donne tra i saggi di Napolitano. Era in Egitto, l’hanno presa alla sprovvista, se n’è subito pentita.