La concretezza dei sindaci
Sono come sempre i sindaci i più concreti. Eletti direttamente e direttamente a contatto con i cittadini, quando parlano tengono necessariamente conto dell’umore generale di chi li ha votati e di chi li potrebbe votare. Non è un caso, dunque, che ieri tre primi cittadini del Pd si siano espressi con forza a favore di un confronto reale e costruttivo con il Pdl di Berlusconi. Pur con accenti politici e obiettivi non dichiarati assai diversi, così hanno parlato il sindaco di Firenze (Matteo Renzi), il sindaco di Torino (Piero Fassino), il sindaco di Bari (Michele Emiliano). Ma a Roma tutto si complica. Tra appena tre giorni inizieranno le votazioni per eleggere il prossimo il capo dello Stato ed è opinione diffusa che dall’esito di quel confronto discenderà il futuro del governo. Ebbene, ad oggi il Pd non ha ancora deciso che atteggiamento assumere. Il destino del Paese è nelle mani di Bersani, ma non lo è il partito di cui risulta segretario. Troppi fremiti, troppe anime, troppe ambizioni personali rendono difficile una sintesi politica. Chiaro, ad esempio, che Matteo Renzi stia giocando su due livelli. Formalmente invoca chiarezza e reclama decisioni. Di fatto, impallina con metodo tutti i possibili candidati al Quirinale graditi a Berlusconi. Chiaro anche l’obiettivo: far precipitare la situazione verso le elezioni di cui sarebbe protagonista. Se a ciò di sommano l’agitazione degli ex diccì che si sentono marginalizzati, la frustrazione dei dirigenti più ‘anziani’, le sterzate a sinistra dei ‘giovani turchi’ e le mire dei leader autodesignati come Fabrizio Barca, si capisce perché ieri Bersani abbia dato mandato di sondare ogni singolo parlamentare. Prima di incontrare Berlusconi deve infatti capire su quanti grandi elettori formalmente targati Pd potrà contare. E qual è l’orientamento prevalente. I due terzi del Pd e del Pdl vorrebbero eleggere già alla prima votazione un presidente della repubblica realmente condiviso e sperano nella conseguente nascita di un governo di scopo. Ma se Bersani pensa davvero di imporre a Berlusconi un nome anziché proporgli una rosa, lo spingerà a fare quel che il cuore gli suggerisce e la ragione gli sconsiglia: rovesciare il tavolo e andare ad elezioni.