Se i politici applaudono la Politica che li frusta
Ha cominciato denunciando l’«inconcludenza», ha concluso deprecando la «regressione». Tra il primo e l’ultimo aggettivo, Giorgio Napolitano ha trovato il modo di infiorare il proprio splendido e potente discorso con un’impressionate serie di impietosi epiteti: «Impotenza… omissioni…. guasti… chiusura… irresponsabilità… tatticismi… strumentalismi… sterilità… calcoli di convenienza… leggerezza… autoindulgenza… stallo fatale… banalità… faziosità…». Ad ogni aggettivo un applauso, ad ogni applauso una supplica: «Padre nostro che sei al Quirinale, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà…».
Sembrava una commedia, era invece una tragedia. La tragedia di una classe politica incapace di governarsi e dunque di governare, che ad ogni scudisciata ricevuta applaudiva più forte (34 sono stati i battimani) per mondarsi la coscienza e coprire con fragore il senso della propria irresponsabilità. La tragedia di un uomo, Giorgio Napolitano, con un Paese in spalla, i nervi scossi e la rabbia del vecchio politico di fronte all’insipienza dei giovani; la rabbia del vecchio patriota di fronte a uno Stato assalito dalle fazioni e costretto ad affidarsi ancora una volta ad un ottantantottenne per mancanza di alternative credibili.
Non era felice né lusingato, Giorgio Napolitano. Era sconvolto. E per quattro volte s’è commosso come si commuovono i vecchi quando i sentimenti gli saltano improvvisamente alla gola. Non è stato l’unico. Dopo mesi — anni, forse — di battutine, di slogan, e di facile qualunquismo, tutti i parlamentari presenti hanno riconosciuto al volo il suono antico d’una voce proscritta: la voce della Politica. Hanno dunque abbassato il capo, e come peccatori hanno volentieri accettato il castigo nella speranza di poter così rinascere a nuova vita. Più d’un grillino ha avuto un fremito per poi soffocare l’applauso in onore, nientemeno, della disciplina di partito. L’hanno invece applaudito, e con forza, i vendoliani che pure non l’hanno votato. Mentre Laura Boldrini, neopresidente della Camera di certo pro Rodotà, gli ha gettato le braccia al collo in un moto spontaneo se non di simpatia politica certo d’affetto umano.
Niente a che vedere con gli abbracci, i baci, le pacche sulle spalle ricevuti in quantità da Pier Luigi Bersani al suo ingresso in aula. Pietà umana, sembrava. Atteggiamenti certo sinceri ma di breve durata e da estremo saluto. Lui sì che portava un peso, e si vedeva. Con passo pesante e fare svogliato ha raggiunto lo scranno al settimo circolo dell’aula e da lì mai ha smesso di tamburellare nervosamente sulla tavoletta con la mano sinistra. Salvo che quando toccava applaudire. E sono stati applausi meccanici, fors’anche perché un po’ più degli altri Bersani sentiva d’essere proprio lui l’oggetto di tanti aggettivi.