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Quel turco di Renzi

Alle 19,38 di lunedì Matteo Orfini diceva no ad un governo col Pdl senza i grillini, alle 22,30 lanciava Matteo Renzi alla guida di un governo col Pdl. Tra la prima e la seconda dichiarazione, una telefonata. Con chi? Con Matteo Renzi, ovvio. Ohibò.
Eppure, quand’era ancora un bersaniano di ferro — cioè fino a un paio di settimane fa — Orfini era l’antirenzi per eccellenza e ogni suo sforzo era volto a sbarrare la strada al sindaco di Firenze. Ancora il 29 marzo ammoniva: «Bersani è in campo… Candidare Renzi sarebbe una follia… Pd e Pdl sono come l’acqua e l’olio: mai insieme». C’era una logica, c’era una coerenza. Per Orfini, infatti, «Renzi si è scelto come amico Berlusconi» (8 dicembre 2010) «non è di sinistra, ma è liberista» (28 agosto 2012) e «non parla ai ceti popolari» (20 febbraio 2012). Insomma, è un «berlusconiano travestito» e solo un pazzo o un infiltrato potrebbe pensare di affidarsi ad uno come lui. Qualcosa poi dev’essere cambiato, o almeno così sembra. Basta un umano calcolo di convenienza personale a spiegare la conversione? Basterebbe, certo. Ad esempio. A proposito di Andrea Orlando, che con Orfini anima la corrente dei cosiddetti ‘Giovani turchi’, un ‘vecchio’ del partito dice: «Brillante carriera: fassiniano con Fassino segretario, veltroniano con Veltroni, bersaniano con Bersani e ora, vista l’aria che tira, di certo renziano con Renzi».
Non è il primo, non sarà l’ultimo. Di Nicola Zingaretti, popolare neogovernatore del Lazio, si ricorda che in un’unica giornata tre diversi giornali si occuparono di lui qualificandolo «fassiniano», «dalemiano», infine «veltroniano». E, ricorda chi ricorda, «in tutte e tre le definizioni c’era un consistente fondo di verità». Così va il mondo, a destra come a sinistra. Ma parlare di semplice opportunismo sarebbe ingiusto: la politica è passione e mestiere, logico si ambisca a farla da posizioni di forza nel partito.
Perciò non sorprende che Matteo Orfini abbia prontamente denunciato il «fallimento» dei dirigenti bersaniani e si sia speso a favore di Renzi-premier. A bassa voce, nel partito se ne parlava da giorni, sì che approfittando di un passaggio televisivo da Corrado Formigli a ‘Piazzapulita’ Orfini si è voluto ritagliare il ruolo mediatico del king maker. Del resto, che tra diversi ‘Giovani turchi’ e Renzi sia scoppiata la pace lo si dice da un po’: da quando è diventato impossibile negare il fallimento politico di Bersani. In comune, le due anime del Pd hanno l’impeto rottamatore, essendo stati i primi ‘Giovani turchi’ della storia politica italiana un manipolo di trentenni democristiani che a metà degli anni Cinquanta si coalizzò per scalzare i dirigenti più anziani. Logiche democristiane, si dirà. Ma anche un po’ comuniste, nel senso della «doppiezza» e del «realismo» togliattiani.
Raccontano infatti che nelle intenzioni di Orfini la candidatura di Renzi a capo del governo rispondeva alla seguente logica: «Con lui a palazzo Chigi, noi ci prendiamo il partito. Poi, se a Renzi va bene, cercherà di riprenderselo, se no il prossimo candidato premier spetterà a noi». Del resto, Orfini ha avuto in Massimo D’Alema (di cui è stato per anni il portavoce) un buon maestro. Quel D’Alema che minacciò la scissione qualora Renzi avesse vinto le primarie, e che ora di Renzi pare essere diventato il principale sponsor. Si chiama «realismo», chi non ama la politica usa aggettivi diversi.