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Carta bianca e molte ambiguità

Neanche dieci ore: consultazioni lampo, quelle di Giorgio Napolitano. Senz’altro un record nella storia repubblicana. Così veloci da testimoniare quanto nota sia ormai la situazione interna ed internazionale, quanto ristretti siano i margini di manovra dei partiti e quanto ampio sia invece il potere del capo dello Stato. Vista la caratura politica dei partiti in questione, gli egoismi, i personalismi e i piccoli calcoli di bottega cui abbiamo assitito nelle ultime settimane, è senz’altro meglio così. Anche la Direzione del Pd è durata poco, ma non è una buona notizia. Ancora una volta, il maggior partito del Paese, quello che si fa vanto del proprio essere «democratico», ha preferito non discutere in merito delle questioni ed eludere il tema. Un rapido voto per alzata di mano ad un sintetico documento di «pieno sostegno» all’iniziativa di Giorgio Napolitano e tutti a casa. Il Presidente ha così ottenuto quella che si suol dire «carta bianca», ma nessuno ha spiegato né le ragioni del Sì né quelle del No. Il segretario uscente, Pier Luigi Bersani, ha continuato ad alimentare l’ormai noto equivoco in base al quale, nel groviglio istituzionale di questo momento eccezionale, l’elezione di un certo capo dello Stato non significava alludere ad un certo governo. E’ invece chiaro che aver eletto Giorgio Napolitano significa accettare di far nascere un governo «politico» con l’odiato Pdl. Emblematico il fatto che gli unici a parlar chiaro siano stati i variamente ‘trombati’ Franco Marini e Anna Finocchiaro, vecchi ed esperti dirigenti politici. «Basta ipocrisie, mettiamoci la faccia ed assumiamoci le nostre responsabilità», è stato il senso del loro discorso. Anche i dissenzienti hanno giocato sull’equivoco. Hanno detto quello che non vogliono (un governo «politico» col Pdl, appunto) ma senza chiarire che l’unica alternativa possibile a quel tipo di governo sono le elezioni. Il resto sono fantasie. Naturalmente si voterebbe col Porcellum, senza avere quindi alcuna garanzia di ottenere un governo stabile, mentre proprio ieri il capo della ricerca di Bankitalia ricordava al parlamento quanto grave sia la congiuntura internazionale e quanto urgente sia «un’azione di politica economica ampia e organica». Continuare a giocare sull’equivoco, continuare a descrivere una realtà inesistente, continuare ad eludere i problemi sarebbe criminale. Chiunque sia il premier che oggi verrà incaricato dal capo dello Stato, è chiaro che agli occhi del mondo (cioè di Bruxelles, Londra e Francoforte) dovrà rappresentare non una novità, ma una certezza; non un’avventura, ma una garanzia. Uno come Giuliano Amato, o, in subordine, Enrico Letta.  E’ anche chiaro che, al netto dei provvedimenti ‘popolari’ che di certo farà approvare a tambur battente per riallinearsi con l’opinione pubblica e con le opposizioni parlamentari, dalla prossima settimana il neopremier dovrà governare una situazione delicata. Le persistenti ambiguità del Pd non rappresentano il migliore dei viatici possibili.