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Letta, il politico che non disprezza i tecnocrati

A differenza dei tecnocrati che scelgono la politica, Enrico Letta è un politico che ha scelto il profilo tecnocratico. Non è Mario Monti, ma non gli è neanche estraneo. Quando il Professore si presentò in Parlamento per il voto di fiducia, il vicesegretario del Pd gli scrisse un bigliettino inneggiando al «miracolo» e mettendosi a disposizione «sia ufficialmente, sia riservatamente». Ora Monti dichiara: «Sono a disposizione di Letta». Monti è un tecnocrate che disprezza la politica, Letta è un politico che non disprezza i tecnocrati.
C’è chi cavalca l’onda populista, chi si radica sul territorio, chi organizza correnti simili a clan: per dar forza alla propria ambizione politica, Enrico Letta, in ciò aiutato da un’evidente propensione allo studio e all’Accademia, ha invece scelto di frequentare le élite. Le élite vere, quelle internazionali. E dunque: vicepresidente italiano dell’Aspen Institute, membro della commissione Trilaterale, gradito ospite del gruppo Bilderberg, membro dell’Associazione Italo-Britannica e segretario generale dell’Arel, il centro studi fondato dal suo padrino politico, Beniamino Andreatta, che poi lo indirizzò sotto l’ala protettrice di Romano Prodi.
Tutta colpa di quell’incarico che il padre, insegnante di matematica all’Università di Pisa nonché fratello del mitico braccio destro di Berlusconi Gianni, ebbe a Strasburgo quando il piccolo Letta aveva più o meno dieci anni. «Per me quella è stata la svolta», ha detto. Imparò l’inglese, si conciliò con l’Europa, scoprì che la cultura può propiziare viaggi e relazioni. Tornato a Pisa, si laurea in Diritto internazionale e al pari di Amato si specializza alla scuola superiore Sant’Anna. Rifiuta la qualifica di secchione («a scuola ero sempre un gradino al di sotto dei più bravi») ma sin da quand’era un giovane democristiano si caratterizza per competenza tecnica. Aveva appena 27 anni quando l’allora ministro degli Esteri Andretta lo mise a capo della sua segreteria, ne aveva 30 quando Ciampi nel ’96 gli affidò la guida del Comitato per l’Euro. Di lì a poco, il balzo. Diventa vicesegretario del Ppi e nel ’98 ministro per le Politiche comunitarie nel governo D’Alema. Ha 32 anni, è il più giovane ministro della storia repubblicana. Da quel momento attende con ansia di spiccare il volo. Ma non ce la fa. Due volte ministro dell’Industria, deputato dal 2001, poi eurodeputato, poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Prodi, poi sfidante di Veltroni alle primarie del Pd (prenderà l’11%), infine vicesegretario del Pd con Bersani. Ottiene molto, ma gli anni passano, l’enfant prodige invecchia e resta sempre un numero due.
Oggi Enrico Letta ha 46 anni, tre figli, una moglie, Gianna Fregonara, giornalista al Corriere della Sera, e un po’ di docenze tra Roma, Pisa e Parigi. Se a 46 anni è finalmente sul punto di diventare un numero uno è stato grazie a due fattori: il profilo internazionale lungamente coltivato; quella mitezza e quell’esser perbene che molti considerano il suo vero limite. Anche Prodi, riservatamente, se ne lamentò: «Un sottosegretario alla Presidenza deve risolvere i problemi, non analizzarli minuziosamente», si lasciò sfuggire pochi giorni prima di cadere. Lo pensa anche chi nel Pd gli attribuiva la funzione di stroncare i Fassina e contrastare la deriva a sinistra di Bersani. Niente da fare, pur se a malincuore Letta ha assecondato il naturale corso degli eventi ed anche per questo s’è lasciato alle spalle quel maledetto numero 2.
 Non fosse un politico, si direbbe che non ha le qualità del leader. Essendo invece un politico, nel nuovo ruolo le potrebbe certamente trovare.