Semplice (mai troppo)
Questa mattina mia moglie e io siamo andati a chiudere un conto corrente che non usiamo più. Nulla di cui lamentarsi, nessun disservizio: non ci serve, tutto qui. Un’operazione semplice, utile a capire da dove questo paese potrebbe rimettersi in moto. La chiusura del conto – che non era in una banca ma in una società sostanzialmente statale — ha comportato “solo” un’oretta abbondante di scartoffie: a consegna di documento di identità e di codice fiscale di entrambe, è seguita la compilazione a mano da parte dell’impiegata di 5-6 moduli contenenti tutte più o meno le stesse informazioni. Firme e controfirme. Tutte operazioni necessarie oltre ogni ragionevole dubbio: c’era da restituire il libretto degli assegni (mai usato), da saldare le spese di gestione, da tagliare la tesserina per lo sportello automatico e così via. Tutto scritto in calligrafia, timbrato e consegnato in una mezza mattina – tra fila d’attesa e operazione – volata via. Il punto è questo: se io mi presento fisicamente a uno sportello, consegno i documenti di identità, certifico che quel conto, con le mie generalità, è mio, non dovrebbe bastare una firma per liberare il cliente in pochi minuti? Non era il paese che aveva annunciato semplificazioni e autocertificazioni? A maggior ragione se il cliente non chiede soldi, semplicemente chiude una pratica che gli appartiene. Moltiplicate la perdita di tempo e di lavoro di una semplice operazione come questa per le migliaia di pratiche che ogni giorno si svolgono in uffici pubblici o semipubblici, dategli un valore in euro, dividete per due e sottraete la cifra ottenuta dal debito pubblico. Potreste scoprire numeri soprendenti (anche per difetto) e che la ricetta per rendere l’Italia più competitiva potrebbe essere molto più semplice di quanto si creda. Partendo dalle cose semplici: come chiudere un conto corrente.