Gianni Cuperlo, il diversamente dalemiano
Capita di vederlo alla Camera, spesso solo: seduto su un divanetto del Transatlantico con un libro in mano, a un tavolo della mensa (non del ristorante, ma della mansa) mentre osserva non visto quelli del tavolo vicino, passeggiare riflessivo nel cortile sempre con lo zainetto in spalla e l’aria di uno che ha tempo «ed anche il lusso di sprecarlo». Capita di sentirlo parlare. Ed è strano, alla Camera, sentir parlare di letteratura americana. Gianni Cuperlo è un personaggio anomalo e poiché decisamente anomala è la stagione politica che il Pd sta attraversando, anche di lui si parla come del possibile segretario.
Cuperlo sembra una ragazzo, ma ha ormai 51 anni. E’ spiritoso, ma ha la faccia triste. E’ un dalemiano, ma non subisce il fascino (demoniaco?) del potere. Ha la struttura di un dirigente comunista anni Sessanta, ma l’ecclettismo di un Veltroni (cui suggerì la ‘Canzone popolare’ di Fossati come inno dell’Ulivo). E’ nuovo, ma non nuovista («Ciò che non suona bene è l’impulso a cancellare le tracce, a violare il rispetto, a pensare che sulla rimozione si fondino modernità o riscatto», ha recentemente scritto sull’Unità in reazione al mito della rottamazione continua). Parla la lingua antica della Politica e del partito, ma tiene un blog e sa interloquire con i ‘ggiovani’. E’ un intellettuale, ma ama la comunicazione. Ha scritto discorsi per D’Alema e per Bersani. Per Veltroni invece no.
Quando, nel 1988, sotto Occhetto divenne l’ultimo segretario dei giovani comunisti, i giornali di sinistra notarono sconcertati che nel suo discorso di insediamento non aveva citato «i padri storici del Pci, né l’attuale leader di Botteghe oscure». Perciò titolarono: «Un anti-burocrate conquista la Fgci». Anche allora — allora più che oggi, in effetti — il partito attraversava una crisi ‘storica’. Anche allora Cuperlo fu scelto per la propria diversità. «Decidemmo di puntare sul più eterodosso rispetto alla nostra tradizione— ha spiegato Pietro Folena che allora lo scelse — perché triestino, perché aveva studiato al Dams e perché era anche personalmente, come stile, quanto di più lontano dal funzionario di partito». Esattamente vent’anni dopo, si parlò di lui come possibile successore di Veltroni alla guida del Pd. «Non vorrei mai stare in un partito che avesse tra i suoi leader uno come me», si schermì citando Marx. Groucho, naturalmente, non Karl.
Dei dalemiani ‘storici’, Cuperlo è certo il più schivo. Non ha la sfrontatezza di un Rondolino, l’istintiva spregiudicatezza di un Velardi, la simpatia volpina di un Latorre, la complessità tutta-politica di un Caldarola, l’ambizione estroflessa di un Orfini. Francesco Cundari, giornalista dalemiano, ha scritto che all’epoca del dalemismo di governo il suo compito non era «credere, obbedire, combattere», bensì «leggere, studiare, scrivere». Ciò farebbe di lui un segretario d’altri tempi.
E il fatto d’essere sconosciuto ai più, certo lo rafforza. Essendo il Pd ormai vissuto dai suoi stessi dirigenti come una bad company, un marchio fallito o fallimentare, chi non è mediaticamente riconducibile al suo apparato si crede abbia una marcia in più per tirarlo fuori dalle secche. L’Assemblea nazionale di sabato prossimo, dove i renziani contano poco o nulla, eleggerà dunque un segretario che traghetti il partito fino al congresso d’autunno. Per molti, ma non per tutti, dovrà essere uomo capace di mediare e soprattutto avere un profilo marcatamente di sinistra per alleggerire i militanti del peso di un governo col Caimano. Nasce così l’ipotesi Cuperlo. Che però è, appunto, personaggio anomalo e sfaccettato. C’è infatti chi confida nel suo spirito conservatore, e chi invece lo nega; chi scommette che riuscirebbe a coniugare conservazione e rivoluzione, e chi vivamente si augura di no.</CF>