Il Pd e la politica dei veti
Esordio non propriamente folgorante. Ad appena una settimana dalla fiducia parlamentare, il governo naviga già in acque piuttosto agitate: slittano i tempi dei provvedimenti economici; si scopre che lo strumento individuato per approntare le riforme istituzionali cui Enrico Letta ha legato il proprio futuro di premier, la Convenzione, sarebbe incostituzionale e sarà dunque archiviato; mentre ieri in Senato il veto del Pd sul berlusconiano Nitto Palma ha determinato lo stallo nell’elezione del presidente della commissione Giustizia. Tutti problemi di facile soluzione, volendo; di cui il terzo appare il più allarmante. E’ infatti chiaro che il Pd non riesce a derubricare il Pdl da nemico acerrimo ad alleato necessario. La politica dei veti è dunque un diversivo per alleggerire le tensioni al vertice, accontentare i militanti e ricompattare gruppi parlamentari evidentemente soggetti a forze centrifughe. Il Pdl ha così ceduto al veto su Paolo Romani per la commissione che a palazzo Madama si occuperà di Telecomunicazioni e sarebbe stato pronto a cedere al veto su Berlusconi per la guida della Convenzione per le riforme istituzionali. Ma così come alla Camera ha votato l’ex ministro del Pd Cesare Damiano (quanto di più lontano dal berlusconismo di governo) alla guida della commisione Lavoro, sul proprio ex ministro Francesco Nitto Palma alla commissione Giustizia del Senato non intende recedere. La questione si risolverà oggi con una prova di forza, ma il problema di fondo resterà intatto. Il punto, infatti, è che gli eletti del Pd non accettano la linea del Pd. Anche perché, dopo l’abbandono di Bersani, a deciderla sono leader che molti di loro considerano delegittimati. Non c’è soluzione, però. I democratici non possono permettersi il lusso di un chiarimento interno. Non accadrà all’assemblea nazionale di sabato prossimo, che si concluderà con l’indicazione di una segreteria di compromesso frutto di un patto di non belligeranza. E non è detto che accada in occasione del congresso d’autunno. Nel Pd è opinione diffusa che affrontare davvero le questioni interne significherebbe mettere a repentaglio sia la vita del governo sia quella del partito. Non si capisce però come l’ambiguità e la negoziazione continua possano stabilizzare tanto il governo quanto il partito.