Il paziente inglese (seconda parte)
I conservatori inglesi oggi dovrebbero presentare unab ozza di una proposta di legge che consenta ai britannici di esprimersi sulla parrtecipazione all’Unione europea. Nel 2017, solo nel 2017, ha assicurato il premier Cameron impegnato a contenere la montante onda degli euroscettici che, tra l’altro, dentro a Downing Street ha più di un autorevole esponente. La posizione espressa da Cameron è la seguente: l’Europa va cambiata. La vorremmo più consona agli interessi britannici. Proviamo a cambiarla e poi chiediamo una volta per tutte ai britannici se la vogliono o no. Come sia un’Europa unita più britannica è facile da intuire: è quanto di più lontano si possa immaginare da un’integrazine maggiore, figuriamoci dagli Stati Uniti d’Europa. Le stesse posizioni dei conservatori inglesi sono note, almeno da quando Margareth Tatcher pronunciò una frase rimasta nella storia delle relazioni tra il Regno Unito e l’isolotto di fronte (il vecchio continente): i want my money back, rivoglio i miei soldi. Ritenere che la Gran Bretagna debba uscire in quattro e quattrotto, però, rischia di essere troppo sbrigativo: prima di essere un socio fondatore dell’Unione europea, è anche sede dell’unico mercato finanziario di dimensioni globali. Ed è un paese che ha fatto la storia d’Europa. Col paradosso che, anche con il referendum, si candida a tracciare una rotta – per quanto discutibile – con la quale gli altri partner europei dovranno fare i conti. I leader dell’Ue e soprattutto quelli dell’Eurozona, di fronte al referendum britannico, hanno l’occasione di dimostrare le loro capacità di leader ribaltando il tavolo: l’Europa la cambiamo noi, poi la Gran Bretagna decida. Ma con i chiari di luna degli ultimi anni la storia è probabile che parlerà inglese.