Mal francese, mezzo gaudio (Chi comanda in Europa)
La Francia di nuovo in recessione, la Germania fallisce il rimbalzo, l’Italia inanella il settimo trimestre consecutivo con il Pil in calo. Complessivamente il Pil complessivo dei 17 paesi dell’eurozona è sceso dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, l’1% su base annua. Questi i dati: Parigi ha segano un -0,2% del Pil, secondo trimestre consecutivo in calo. Berlino deve accontentarsi di un +0,1% che segue al -0,7% di fine 2012. Roma , secondo l’Istat, vede il Pil in calo dello 0,5% dai tre mesi precedenti. Settimo calo calo consecutivo che segna un record negativo assoluto, e un meno 2,3 per cento su base annua, il quarto calo più forte dopo Grecia, Cipro e Portogallo. Ciò che i più avveduti avevano segnalato da tempo non sospetto inizia a essere registrato dalle statistiche: non ci si salva da soli. L’illusione tedesca si è infranta. L’auspicio è che il mal comune mezzo gaudio consenta di accelerare verso un’Europa ritrovata. Che, magari, riparli di eurobond, non confonda il doveroso rigore con le punizioni morali, riparli di crescita e di futuro. Non è chiedere troppo.
La recessione europea impone in particolare tre analisi che riguardano le politiche di rigore e austerità. Il ruolo dei paesi forti. La struttura stessa dell’Unione europea.
Primo, le politiche economiche: la grande crisi e le necessità di partiti, politici ed economisti sta facendo passare rigore e austerità come sinonimi. Non lo sono, ovviamente: avere conti rigorosi e strozzare l’economia non sono obiettivi contrapposti. L’Italia ne è un esempio: il rigore è stato pagato dall’economia reale ed è diventato austerità e recessione, ma lo Stato non è dimagrito di un grammo. Anzi, il debito pubblico è aumentato.
Secondo: il ruolo dei paesi forti. Essere grandi dovrebbe comportare anche il dovere di essere leader, di portare con sè il vecchio continente e di lavorare anche per gli altri. E’ il ruolo per eccellenza di paesi come la Germania o la Francia. Ma la prima, oggi in posizione di grande forza, ha rinunciato e sta rinunciando a farlo. Forse quando finirà la lunga campagna elettorale tedesca – di elezione in elezione – qualcosa si muoverà anche a Berlino. Forse. Per ora non consola guardare una vecchia foto di metà anni ’80, Mitterrand e Kohl si danno la mano di fronte al monumento ai caduti di Verdun, luogo di una delle battaglie più sanguinose della Grande Guerra. E’ un segno di pace. Immaginare oggi Hollande e la Merkel in un’analoga icona è esercizio impossibile.
Terzo punto: la struttura europea. L’Europa è cresciuta ed è diventata quella che oggi conosciamo in parte per l’iniziativa politica degli stati membri, ma soprattutto per la spinta ricevuta dalla commissione europea. Basta ricordare il libro bianco di Delors, per esempio. Oggi tutto appare nelle mani dell’Eurogruppo e dell’Ecofin, cioè dei capi di Stato e di Governo, e dei ministri dell’economia e delle Finanze: ciascuno dei quali, ovviamente, ha di certo la testa in Europa, ma le mani nelle proprie tasche, bucate o meno che siano. La commissione sembra perlo più avvallare o tacere. Le inziative del Parlamento europeo sembrano più affidi morali che attività normative. E’ evidente che qualcosa non funziona. L’unica istituzione europea dotata di poteri e capace di interventi autonomi è la Bce, soprattutto sotto la guida di Mario Draghi. E’ molto, moltissimo. Forse non abbastanza.
Ps: nessuno parla più di eurobond, nessuno parla più di spread. L’estate sta arrivando. Occhio agli acquazzoni.