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Veltroni, Renzi e l’editoria da congresso

Non è solo un sassolino cavato da una scarpa, il pamphlet di Walter Veltroni è un riposizionamento politico bello e buono. Se a fine mese Matteo Renzi pubblicherà per Mondadori ‘Oltre la rottamazione’, il veltroniano ‘E se noi domani, l’Italia e la sinistra che vorrei’ da oggi in libreria per Rizzoli ne rappresenterà l’utile compendio. Prodotti editoriali da congresso, naturalmente. Perché ai tempi delle primarie il limite di Renzi fu quello di voler «rottamare» tutti indistintamente, ritrovandosi poi solo e sconfitto; mentre in Veltroni prevalse l’istinto di sopravvivenza personale, mancandogli il coraggio di schierarsi disinteressatamente con Renzi che pure voleva rottamarlo. L’avesse fatto, sarebbe forse cambiata la storia politica d’Italia, oltre che del Pd. Ma è acqua passata. I due affronteranno il congresso d’ottobre spalla a spalla — idealmente ripartendo dal Lingotto — e Chiamparino potrebbe essere il loro candidato.
I punti fermi del saggio veltroniano sono infatti gli stessi di quello renziano. L’offensiva, dunque, contro «una sinistra conservatrice spaventata dal nuovo» e arroccata dietro «due parole» sterili: «NO e DIFENDERE». Una sinistra avvinta dalla «paura della modernità» dove «c’è sempre qualche vestale, mai vista in una battaglia civile, che getta olio bollente su chi voglia cambiare». Una sinistra «Berlusconi-dipendente», perciò «subalterna». Una sinistra «Zelig», che si tiene lontana dal riformismo per paura di «diventare destra». E che per la stessa ragione fatica ad innestare la bandiera presidenzialista. Bandiera che invece Veltroni esibisce perché, scrive, sono l’instabilità e la debolezza dei governi le cause del populismo attuale come lo furono a suo tempo del fascismo e del nazismo. Perciò, basta paure: il Paese ha bisogno di governi forti e «l’apertura al semipresidenzialismo era scritta, e sottoscritta, nelle tesi dell’Ulivo del 1996».
Poi, certo, i sassolini non mancano. Veri macigni, in effetti. Quella del febbraio scorso, scrive Veltroni, è stata «la più grande sconfitta politica ed elettorale della storia della sinistra degli ultimi cinquant’anni»: un gol mancato «a porta vuota». Non fa nomi, tantomento quello di Bersani, ma è chiaro a chi si riferisce quando dice che Berlusconi, «semplicisticamente descritto come una macchia da smacchiare», è invece «tornato in scena» e «il centrosinistra» ha fatto la fine di «Wile Coyote». Altre accuse: non aver voluto cambiare la legge elettorale, aver lasciato a Grillo «la questione della riforma della politica» e averlo poi inutilmente «inseguito». C’è la difesa del veltroniano «ma anche» contro il postcofferatiano «senza se e senza ma», c’è una stoccata oblicua a Rodotà, c’è l’auspicio di una riforma della Giustizia così come della cogestione d’impresa. Soprattutto c’è il rammarico per un Pd ridotto «all’essemblaggio di due mezze mele, una ex democristiana e una ex comunista, tenute assieme da una colla chiamata potere».
L’ha scritto Veltroni, avrebbe potuto scriverlo Renzi.