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Matteo Renzi e il topolino

Pensare che un testone come l’ex radicale Roberto Giachetti sia una pedina nelle mani di Matteo Renzi significa non conoscere Giachetti. E dimenticare che, sul finire della scorsa legislatura, per scuotere i partiti dai propri calcoli di bottega e abrogare davvero il Porcellum fece ben quattro mesi di sciopero della fame. E’ un fatto, però, che la sua mozione per il ritorno al Matterellum sia stata sostenuta da tutti i renziani. Ma anche da personalità come il berlusconiano Antonio Martino. Renziano anche lui? Più semplicemente, ci si rende conto che la celere abrogazione del Porcellum sarebbe popolare. E perciò la si propone. E’ questo il gioco di Renzi: continuare a dire cose popolari, anche quando, come in questo caso, cozzano con i delicati equilibri di una maggioranza evidentemente eterogenea e di un Pd tradizionalmente diviso. Due le ragioni: se si occupasse solo di Firenze, tra un anno nessuno si ricorderebbe più di lui; se Enrico Letta guidasse con successo il governo in un coro di consensi, diventerebbe il candidato naturale del Pd alle prossime elezioni. Ovvio che Renzi cerchi, come può, di scongiurare entrambe le ipotesi. «Non vorrei che la montagna partorisse il topolino», ha detto ieri al Messaggero. La montagna in questione era rappresentata dall’esecutivo Letta e su quel topolino Renzi pare tanto confidare.