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Grillo come Marinetti schiaffeggia chi dissente

E’ peggio Beppe Grillo, che alla prima critica degrada sul campo Stefano Rodotà da capo dello Stato ideale a «ottuagenario miracolato dalla Rete»? O è peggio Stefano Rodotà, che prima paragona Grillo al semifascista ungherese Orban sostenendo che «rischia di dare ragione a coloro che dicono che la democrazia elettronica è la forma del populismo del terzo millennio» e poi a quel populismo voluttuosamente si affida lasciando che un microsondaggio internettiano faccia di lui un aspirante presidente della repubblica in aperta contrapposizione con Giorgio Napolitano? Oggi, l’insigne giurista dice al Corriere che «la Rete non basta». Eppure ieri ha ritenuto sufficienti 4677 voti per atteggiarsi a presidente in pectore. E quando ancora credeva possibile attivare in vetta al Quirinale grazie alla scaletta grillina, non fu per nulla facile strappargli una frasetta di blanda critica al Grillo che in quelle ore allegramente minacciava un nuova «marcia su Roma».
Se è vero che il ruolo fa l’uomo, il ruolo che Rodotà disperatamente cerca è quello del politico tradizionale. Grazie a Grillo è dunque rinato a nuova vita e, dopo aver cavalcato l’onda stellata, ad ottant’anni suonati torna a guardare alla sinistra vendoliana e movimentista. Magari intendendo assicurare nobile ed alta copertura politica e culturale alla prossima, probabile, scissione del Movimento 5Stelle. Rodotà ragiona come un politico, Grillo no. Grillo non è un politico e mai lo sarà: è uno di quei personaggi che la Storia crea nelle epoche di passaggio per sbarazzarsi il più velocemente possibile di tutto quel che appare ormai un’inutile zavorra. Non Benito Mussolini, dunque, ma, semmai, Filippo Tommaso Marinetti. Che il dio dei poeti ci perdoni il paragone, ma è quello il modello ideale, forse inconsapevole, del comico genovese: il teatro, l’invettiva, lo schiaffo, il gesto plateale, il voler fare tabula rasa di tutto quel che è stato teorizzando la nascita di qualcosa che mai sarà. Perché, scriveva Marinetti, «nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro». Anche il fondatore del Futurismo («un cretino fosforescente», per D’Annunzio) voleva «liberare» l’Italia dal passato e da tutto ciò che gli sembrava orribilmente «vecchio». Ad esempio, «dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii». E anche lui finì per scazzottarsi con parte dei seguaci della prima ora, atterriti, scrisse Ardengo Soffici, dalle «idiozie che va dicendo e facendo in nome del Futurismo».
Grillo se ne frega, dunque, e resta quel che è: un animale da palcoscenico, un attore, cioè un egocentrico. E infatti non sopporta le critiche. Le critiche dei testimonial illustri come Stefano Rodotà, le critiche dei militanti delusi come Giovanni Favia, le critiche dei giornalisti creduti «amici» come Milena Gabanelli… Un grande «vaffa» per ciascuno, e, spesso, ben gli sta. Poi magari toccherà anche ai Gino Strada, ai Dario Fo e ai Romano Prodi. Di certo toccherà a tutti quelli che dopo aver cavalcato — o tentato di cavalcare — la tigre grillina, ne scopriranno come d’incanto le evidenti contraddizioni. Scopriranno che quella della «trasparenza assoluta» è un’assurdità come la politica a «costo zero» o l’idea di nominare ministro dell’Economia una «casalinga con almeno tre figli». Idee poetiche, licenze artistiche, niente a che vedere con la politica. Ma idee figlie legittime di un paesaggio di rovine e di un’epoca di confine: l’epoca in cui il potere si è improvvisamente scoperto impotente. E allora, se questa è la realtà, che ciascuno metta in scena le finzioni che può e ciascuno creda agli idoli che vuole. Anche Stefano Rodotà, che solo oggi s’accorge di chi è Beppe Grillo. Anche Beppe Grillo, che solo oggi s’accorge di chi è Stefano Rodotà.