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Israele, quei sei giorni per la vita. Come lo stato ebraico ruppe la tenaglia araba nel giugno 1967

 IL 5 GIUGNO, anniversario dell’inizio della Guerra dei sei giorni che consentì la conquista della Città Santa, il ministro Josefa Idem dovrebbe salutare l’inizio della Coppa Uefa under 21 in Israele esprimendo «la nostra solidarietà al popolo palestinese che non può godere della libertà di questi eventi». Il deputato Manlio Di Stefano, del Movimento 5 Stelle, ha sostenuto che il 5 giugno del 1967 Israele «attaccò e occupò la Cisgiordania, Gaza, le alture del Golan e una parte del Sinai». «Quindi – si è indignato – rappresenta una giornata di conquista per Israele e probabilmente l’inizio della sofferenza per molte altre popolazioni».Peccato che la storia ci abbia consegnato un film diverso.

 Gli Stati arabi confinanti si coalizzarono per cancellare Israele dalla faccia della Terra e furono sonoramente sconfitti. Fu l’epilogo di uno stillicidio di atti concreti e di patti di mutua assistenza militare cominciati nel novembre del 1966. All’inizio del mese la Siria firma un’intesa di ferro con l’Egitto di Nasser. Il 16 maggio 1967 l’uomo forte dell’Egitto comincia ad ammassare truppe nel Sinai. Tre giorni dopo caccia i caschi blu dell’Onu del contingente Unef da Gaza e dalla penisola e occupa le loro postazioni a Sharm el Sheik e sugli stretti di Tiran, all’imboccatura del Golfo di Aqaba.
 L’insenatura è l’unico, vitale, accesso di Israele al Mar Rosso. Il passaggio per Tiran viene vietato alle navi israeliane il 22 maggio. Il 30 maggio Nasser riesce a convincere anche il riluttante re Hussein di Giordania a un’intesa militare con il Cairo che prevede la difesa reciproca. Il 31 l’Iraq comincia a schierare truppe corazzate in Giordania. Le mosse militari sono precedute da altri atti ostili. Il più grave fu lo Headwater Diversion Plan della Siria e della Giordania, il progetto di costruire una diga per deviare il corso del fiume Giordano a monte del lago di Tiberiade.

Il primo giugno il primo ministro israeliano Eshkol forma un governo di unità nazionale (Ariel Sharon fa balenare lo spettro del golpe militare per spazzare via le incertezze degli uomini politici sulla necessità di attaccare). Il 5 giugno scatta l’operazione  Focus. ALLE 7 E 45 due ondate di jet con la stella di Davide distruggono a terra 286 dei 420 aerei da guerra dell’Egitto. Nelle ore successive la stessa sorte viene riservata ai più sofisticati velivoli militari siriani. Icannoni giordani lanciano una pioggia di proiettili su Gerusalemme e Tel Aviv. Ventiquattro modernissimi Hawker Hunter dell’aviazione di Hussein attaccano tre aeroporti israeliani. I jet di Israele distruggono a loro volta le basi del Regno a Mafraq e vicino ad Amman e gli stessi velivoli che li hanno aggrediti. Nel pomeriggio le brigate corazzate di Israele entrano a Gerusalemme est e a Jenin in Cisgiordania.
 
 LA GUERRA finisce il 10 giugno. La sera del 9 i soldati del ministro della difesa Moshe Dayan conquistano tutto il Golan siriano. Il territorio controllato da Israele è quadruplicato. «Eravamo ottimisti, pensavamo che quella fosse l’ultima guerra», riflette ora con profonda amarezza la figlia di Moshe Yael, 73 anni, vicesindaco di Tel Aviv, esponente del partito Meretz nato dalla costola sinistra del Labour. «Avevamo – spiega – molto territorio da scambiare con i palestinesi e quindi la pace pareva a portata di mano. È un’illusione che è durata fino alla morte di Yitzhak Rabin (ucciso nel 1995 ndr). L’occupazione e le colonie sono grandi passi all’indietro, ma non irreversibili. Senza i due Stati gli ebrei sono destinati a diventare una minoranza nel loro stesso Paese. E comunque il punto non è questo. Non c’è ragione di privare i palestinesi di un loro diritto. Una larga maggioranza di israeliani non vuole che l’occupazione duri per sempre».