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Gelo sopra Berlino

GELO sopra Berlino. Il Fondo monetario internazionale ha dimezzato le stime di crescita dell’economia tedesca per l’anno in corso, riducendole da un più 0,6% (previsto solo otto settimane fa) a un modesto più 0,3%. La locomotiva tedesca rischia una frenata dovuta, secondo gli economisti di Washington, alla recessione dell’Eurozona. Crisi amplificata dalla politica del rigore assoluto imposto a deboli partner europei dalla forte Cancelliera Angela Merkel, costretta ora — come ampiamente previsto dagli osservatori più attenti — a fare i conti con gli effetti della politica europea di sorda austerità costruita a Berlino.
In questo caso, però, chi è causa del proprio male non sarà l’unico a dover piangere: l’economia tedesca è la più forte d’Europa e rimane — come riconosce lo stesso Fondo monetario — un’ancora per il vecchio continente. Se si ferma la Germania, le deboli speranze di ripresa delle economie degli altri paesi rischiano di ridursi da poco più di zero a nulla. A meno che la gelata non porti consiglio. E non convinca la Cancelliera tedesca a cambiare rotta spostando l’asse della politica europea su una strada abbandonata dall’alba della crisi dei debiti sovrani. Un’illusione, visti i precedenti e la campagna elettorale in corso nella Repubblica federale tedesca.

UNA CAMPAGNA elettorale semi permanente che dal voto in Bassa Sassonia del gennaio scorso arriverà alle consultazioni generali nel settembre prossimo. E che oggi si spinge fino al punto di vedere il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi (nella foto), invitato dalla coalizione che sostiene la Merkel a presentarsi personalmente davanti ai giudici della Corte costituzionale tedesca chiamata, l’11 e il 12 giugno prossimi, a pronunciarsi sulla legittimità delle misure straordinarie anticrisi adottate dall’Eurotower. In sostanza, le misure che finora hanno evitato che il peggio potesse peggiorare e che Draghi è invitato a spiegare per «non giocare a nascondino con i tedeschi». L’indipendenza della Bce è un valore, un’opinione in Germania.

NON SI TRATTA, però, solo di campagna elettorale. Le imprese tedesche traggono un grande vantaggio competitivo dalla situazione attuale, riuscendo a finanziarsi a costi decisamente più bassi rispetto alle imprese concorrenti di paesi come l’Italia che devono pagare interessi più alti sul proprio debito pubblico, spread che si riverbera sul costo del credito ai privati. Un giochino a carte scoperte che ora, certifica l’Fmi, deve fare i conti con un altro dato: oltre il 70% del made in Germany viene venduto sui mercati europei, va da sè che se l’area euro sta male anche l’economia tedesca prima o poi ne possa risentire. Se questo accadrà, giova ripeterlo, non è una buona notizia per l’Europa della decrescita infelice, potrebbe diventarla se si trasformasse in un nuovo inizio per avere, come negli auspici di Helmuth Kohl, una Germania più europea anziché un’Europa più tedesca.

 

Pubblicato su Qn martedì 4 giugno 2013