La disfatta del Pdl
La sconfitta è netta e indiscutibile: il centrodestra ha perso in tutti i comuni capoluogo dove si votava, compresi quelli dove aveva espresso il sindaco uscente. Con la disfatta, ampiamente annunciata, di Gianni Alemanno a Roma non c’è più città significativa d’Italia che non sia governata dal centrosinistra. E la mappa delle regioni non dice niente di diverso: reggono solo Lombardia, Veneto e Piemonte, ‘devolute’ da Berlusconi alla Lega. Il punto è che quella che dovrebbe essere la locomotiva dell’alleanza, il Pdl, ha il motore imballato e a livello locale viaggia su binari a bassa velocità. Si conferma, e si amplifica, un dato acquisito: le radici del Pdl sul territorio sono secche, gli elettori grillini che votano ai ballottaggi votano a sinistra, il partito è incapace di selezionare candidati competitivi. Non è un caso che nelle ultime regionali in Sicilia sia stato candidato un uomo della Destra di Storace (Musumeci, che ha perso) e nel Lazio lo stesso Storace (che ha perso). Non c’è nesso, però, col governo nazionale. Annacquando le identità dei due partiti, le larghe intese Pd-Pdl hanno probabilmente influito sul record negativo dell’affluenza elettorale, in linea con le amministrative americane e non molto al di sotto della media europea. Ma i sondaggi nazionali raccontano ancora di un Pdl che sfiora il 30% dei voti e sopravanza il Pd. Nel partito alzeranno dunque la voce quanti vorrebbero le dimissioni di Alfano da segretario, ma il dato elettorale non spingerà Silvio Berlusconi a mandare all’aria il governo guidato da Enrico Letta. Semmai, il rischio è che, dopo una tale serie di tensioni e sconfitte, il profumo di vittoria possa inebriare la parte del Pd più ostile al governissimo. Sarebbe un errore. E’ infatti vero che Ignazio Marino sarà sindaco, ma è stato scelto dal 28,6% dei romani. Non esattamente un trionfo. Qualcosa di simile era capitato con Orlando a Palermo, De Magistris a Napoli, Doria a Genova: i candidati ‘anomali’ espressi dalla sinistra vincono, ma non convincono. E di sicuro alla lista degli ‘anomali’ va iscritto Marino, il cui profilo è quanto di più lontano dal Pd tradizionale il Pd abbia espresso. Come e più di Debora Serracchiani, recentemente eletta governatore del Friuli. Il fatto stesso che gli strateghi locali del Pd selezionino candidati così poco coerenti con l’identità del partito, racconta di un partito in crisi di identità. Quel partito, però, farà un congresso ed ha un nuovo e accattivante leader (Matteo Renzi) cui affidarsi. Non altrettanto si può dire del Pdl.