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Aspettando herr Godot, proviamoci da soli

E venne il giorno in cui Enrico Letta picchiò idealmente i pugni sul tavolo di Bruxelles. Se l’è presa con «l’Europa dei numeri», il premier italiano, dando così voce a quanti nelle istituzioni europee vedono un surplus di spirito ragionieristico e un deficit di sensibilità politica. Naturalmente, nessuno s’illude che alzare la voce e denunciare le vergogne del re improvvisamente nudo serva ad ottenere qualcosa. Il problema è strutturale: i cambiamenti, se ci saranno, saranno lenti e confusi. Ma uscire dalla cappa di conformismo politicamente corretto cominciando a denunciare quel che per anni si è preferito tacere è condizione necessaria a qualsiasi cambiamento. Nulla muterà, però, se la Germania non deciderà di trasformare la propria egemonia economica in leadership politica, condividendo il destino delle altre nazioni europee. Ad oggi, infatti, la zona euro si compone di due mondi radicalmente diversi per condizioni e aspettative. Lo si capisce da un recente sondaggio del Pew Research Center: il 75% dei tedeschi è soddisfatto dell’andamento della propria economia; la media europea è del 9%. Perciò è difficile attendersi un cambiamento spontaneo e radicale. Perciò occorrerebbe far blocco con gli altri paesi europei nella speranza che sia la necessità, se non la virtù, a spingere i tedeschi verso un ripensamento della linea rigorista. Perciò ha ragione chi, come il professor Paolo Savona, invita il governo ad esibire l’ipotesi di uscire dall’euro, sperando di non doverla mai concretizzare. Continuare ad attendere che il signor Godot si materializzi tra noi subito dopo le elezioni tedesche di settembre dando senso e benessere alle nostre vite ci esporrebbe al rischio di un brusca e dolorosa disillusione. Nella speranza, dunque, che Bruxelles allenti i vincoli sull’economia italiana e renda possibile quella revisione del patto di stabilità e l’introduzione di quella golden rule su cui ancora ieri è riecheggiato un teutonico «nein», sarebbe saggio cominciare a fare da soli quel poco che possiamo. I 5 miliardi di crediti agevolati alle imprese che verranno disposti dal Consiglio dei ministri odierno sono una partita di giro. Il maggior coinvolgimento della Banca europea degli investimenti non deciso ma auspicato ieri dal vertice di Roma, sarebbe buona cosa ma non avrebbe nulla di strutturale. Occorre dunque che cessi il quotidiano balletto dei dirigenti di Pd e Pdl attorno a misure sbandierate ma difficilmente finanziabili, anche quando, come ieri Brunetta e Fassina sull’Iva, sembrano abbracciare la medesima tesi. Occorre un vertice politico per individuare, fuor di propaganda, le priorità. Occorre che i partiti si responsabilizzino e, per una volta infischiandosene di lobby e consorterie, di amici ed elettori, si accordino su come comprimere la spesa pubblica improduttiva reperendo così risorse vitali per imprese e famiglie. Induce al pessimismo il fatto che nei giorni scorsi abbiano invece boicottato la riforma delle circoscrizioni giudiziarie. Riforma non perfetta, certo, ma che prevedeva consistenti accorpamenti e dunque ingenti risparmi per le casse dello Stato. Con pretesti vari, i partiti di maggioranza hanno invece preferito accontentare le clientele locali che si accalcano in ogni singolo e sperduto tribunale.