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Addio a Claudio Rocchi, il lungimirante del rock

Si chiama la “Settima vita”, ma non è riuscito a finirla di scrivere. Era la sua autobiografia, ma Claudio Rocchi oggi se ne è andato per sempre. A comunicare la morte all’Ansa è stata la moglie. Claudio era tornato su Facebook una decina di giorni fa, raccontando quello che stava passando: una malattia degenerativa alle ossa  l’aveva costretto a utilizzare bastone e sedia a rotelle. Ma non aveva mai smesso di girare per concerti. Anzi, con l’amico e collega Gianni Maroccolo stava realizzando un disco “Vdb 23″ nato e cresciuto sulla prima piattaforma di fundraising italiana, Musicraiser. Un progetto ambizioso. Ma non era un testamento come non lo era la sua autobiografia. Claudio Rocchi è stato musicista e molto altro nelle sue sette vite, come amava ricordare: studente, aspirante rockstar (con gli Stormy Six, quando il concetto di prog era l’Italia a dettarlo), aspirante santone indù, la quarta da esperto di musica e quant’altro al servizio dei media, la quinta con il ritorno sulle scene e con la voglia di suonare, ricominciando a girare l’Italia. Era, ciclicamente, sempre in vantaggio sugli altri. La competizione non c’entra, almeno in questo caso, è solo lungimiranza. Quella lungimiranza che l’aveva spinto a buttarsi, dopo aver vissuto negli anni ipercreativi dell’etichetta discografica Cramps, nel progetto di fundraiser. Lui, con Maroccolo, c’era riuscito ancora, capendo che il disco, nonostante il dispotismo dell’era digitale, è ancora un oggetto cui affezionarsi. Come lo sarebbe stato il libro della sua vita. Una vita tutt’altro che ordinaria. Una vita da Claudio Rocchi. Buon viaggio.