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Egitto/ Il frutto degli errori

MOHAMED MORSI continua a lanciare inutili appelli all’uscita dalla crisi «attraverso il dialogo». Sembra una soluzione di buon senso. Sarebbe praticabile se la tanto deprecata «polarizzazione» dell’Egitto non fosse il frutto dei suoi primi dodici mesi di governo.

Fu Morsi ad appiccare il fuoco alla fine di novembre con un decreto costituzionale che dichiarava «inappellabili» le sue decisioni. Si ribellarono i giudici e perfino 180 diplomatici. Il capo dello stato fu costretto a precisare che il decreto si applicava solo alle decisioni sulla sovranità del Paese. Fu l’inizio di uno stillicidio. La bozza della nuova Costituzione, 234 articoli, fu approvata con una maratona notturna dopo che si erano dimessi tutti i moderati e i rappresentanti delle chiese cristiane. Per rendere esplicita la sua protesta  se n’è andata sbattendo l’uscio anche Manar al-Shorbagy, l’unica donna membro dell’Assemblea Costituente. 
 
 LO STAMPO della Carta Fondamentale è fortemente islamista. L’articolo 4 stabilisce che sulle fonti del diritto, e anche su altri aspetti delle norme, debbono essere sempre consultati gli esperti della facoltà di teologia al-Azhar del Cairo. L’articolo 219 apre a 360 gradi il concetto di principi della legge coranica che debbono ispirare le leggi. Include non solo il Corano, ma anche l’insieme dei precetti di Maometto e della Sunna e quindi anche gli hadith, racconti e aneddoti della vita del profeta.

 Il lungo elenco dei dimissionari si è ingrossato con le rinunce di Rafiq Habib, vicepresidente copto dei Fratelli Musulmani, e di Mahmoud Mekki, un giudice che era stato una punta di lancia nella lotta dei magistrati contro Mubarak. Alla fine dell’anno scorso gli uomini della Confraternita hanno deciso di dar vita ai «white bloc», il «blocco bianco», una milizia di piazza che si è aggiunta ai Comitati popolari organizzati per «difendere la popolazione rispettabile e onesta». Nel gran marasma si sono salvati solo i militari. Ma  perfino il nuovo capo delle Forze Armate, Abdel Fattah al-Sissi, nominato da  Morsi, ha cominciato a far trapelare segni di insofferenza per la politica del capo dello Stato. Fino a promettere che impedirà al Paese di «scivolare in un tunnel oscuro di conflitto e di lotta interna». Morsi ha detto al Guardian che non se ne andrà. I suoi appelli al dialogo continueranno a cadere nel vuoto.