Banche, spie e tangenti. «Ablyazov sa troppe cose». Ecco perché il regime dà la caccia all’esule
MUKHTAR Ablyazov, 50 anni, è la spina nel fianco del presidente a vita del Kazakistan Nursultan Nazarbayev. Nel 1997 era stato nominato alla guida della compagnia elettrica di Stato. L’anno successivo era diventato ministro dell’Energia dell’industria e del commercio del suo Paese. Nei mesi della designazione, assieme a un consorzio di investitori privati, acquisì quote della banca TuranAlem, poi diventata Bta, partecipando ad un’asta da 72 milioni di dollari. 
Radio Free Europe lo ha descritto come «parte di una nuova leva generazionale della quale Nazarbayev sperava di servirsi per portare alla ribalta del XXI secolo la sua nazione», un forziere di idrocarburi, 35 miliardi di barili di petrolio nel giacimento di Kashagan, nel quale la filiale locale dell’Eni Agip Kco è in pole position. La sua
scelta di fondare nel 2001 l’opposizione interna sotto le insegne della Scelta Democratica kazaka fu un colpo al cuore del suo padrino politico.
I guai arrivarono subito. Già nel 2002 fu condannato a sei anni di prigione per «abuso di potere». Fu rilasciato dopo 10 mesi, a patto che abbandonasse l’attività poltica. Fuggì a Mosca e a Londra. Il Regno Unito nel luglio del 2011 gli ha concesso l’asilo. La reazione di Astana fu virulenta. Secondo il Daily Telegraph il governo kazako minacciò di punire le società britanniche assegnando contratti vantaggiosi alla Cina dopo che il dissidente aveva ottenuto asilo politico da Londra.
ABLYAZOV diventa anche un comodo diversivo. Nazarbayev è in difficoltà per la feroce repressione di una sollevazione popolare nella città occidentale di Janaozen. Le forze di polizia hanno fatto fuoco sui dimostranti e hanno ucciso 14 persone. Dal Kazakistan parte una richiesta di estradizione del dissidente che Londra ignora. Nel novembre del 2012 arriva a compimento una delle sette azioni legali presso la Suprema corte britannica. Alla Bta Bank sono imputate frodi per 3,7 miliardi di dollari. Ablyazov è condannato a sborsarne 1,63. L’uomo diventa un obiettivo dell’Interpol.
Secondo Gregory Valenti, un avvocato di Alma, «una società israeliana avrebbe incaricato una società di security italiana di sorvegliare la villa della signora Alma Sahalabayeva nei giorni che hanno preceduto l’irruzione della polizia» e l’estradizione in Kazakistan. Il 28 maggio l’ambasciatore kazako Andrian
Yelemessov prospetta al capo della mobile Renato Cortese il possibile colpaccio, l’arresto di Muktar Ablyazov, ricercato internazionale per appropriazione indebita e truffa. La divisione Interpol del Viminale conferma che è inseguito dal provvedimento di cattura.
Scatta il blitz.Ablyazov non c’è. I poliziotti trovano solo la moglie, la figlioletta e Bolat Seraliyev, il cognato della primula rossa. Alma Shalabayeva presenta un passaporto diplomatico della Repubblica Centroafricana intestato ad Alma Ayan, il suo cognome da ragazza. L’ufficio Immigrazione chiede all’ufficio Cerimoniale della Farnesina se Alma Ayan goda dell’immunità diplomatica. La risposta è negativa. La questura ha usato il cognome Ayan e non Shalabayeva. Alle 7 e 30 del mattino la pratica finisce sul tavolo del direttore dell’ufficio immigrazione della Questura Maurizio Improta. Il pomeriggio del 30 il «Centro Falsi documentali» di Fiumicino emette il suo verdetto: il passaporto è contraffatto.
Venerdì Roma ha revocato l’espulsione. È scattata un’inchiesta interna affidata al capo della polizia Alessandro Pansa che dovrebbe completare l’indagine in 2 o 3 giorni. Il controspionaggio interno, l’Aisi, si dichiara all’oscuro della vicenda. Lo ha scritto al Copasir il direttore del Dipartimento per le informazioni per la sicurezza Giampiero Massolo.