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La corazza del Quirinale

Giorgio Napolitano ha dunque blindato il governo: in gioco, nella vicenda kazaka, non c’è il destino di un singolo ministro (Angelino Alfano) ma quello di un intero esecutivo. Un esecutivo di emergenza nato per tamponare le ferite aperte nella carne del Paese dalla crisi economica internazionale. Questa, dunque, era è resta la priorità. E tutte le questioni che minano la stabilità del governo vanno il più possibile depoliticizzate. Un richiamo al realismo, quello del presidente della Repubblica, un appello all’interesse nazionale che ha forse contribuito a soffocare il dissenso che montava nel Pd sulla sorte di Alfano. Ha contribuito, forse, ma non ha certo determinato la decisione del Partito democratico di ‘assolvere’ il ministro dell’Interno. Il pressing iniziale è stato una sorta di atto dovuto, una testimonianza condita dall’irrazionale speranza che ciò contribuisse a creare le condizioni per un passo indietro più o meno spontaneo. In mancanza di ciò, null’altro è possibile. Che un partito di maggioranza voti una mozione di sfiducia presentata da un partito d’opposizione (M5S) contro un ministro in carica, è cosa mai vista in natura. Soprattutto se il ministro in questione è anche il segretario del principale partito alleato.