Renzi la vittima e il “rischio teatrino”
Matteo Renzi continuerà a dire ciò che pensa, soprattutto quando il suo pensiero coincide con l’opinione della maggior parte degli elettori e collide con l’azione dei suoi avversari politici naturali: Enrico Letta e la vecchia nomenklatura del Pd. Pensieri semplici, popolari e un po’ di vittimismo: ricorda qualcuno? A Silvio Berlusconi questo mix ha portato bene per vent’anni. E l’accusa di muoversi spinto solo dal proprio personale interesse non l’ha danneggiato. «Ma — riflette un renziano problematico — l’elettorato di centrosinistra è più sensibile di quello di centrodestra». È per questo che il renziano Angelo Rughetti osserva con qualche timore un meccanismo ormai consolidato: «Ogni volta che Matteo parla, sia il Pd sia il Pdl lo accusano di voler far saltare il governo. È un problema, perché questo fa perdere appeal alle sue argomentazioni e soprattutto rischia di fare di lui un personaggio del teatrino politico».
Ecco il punto: il teatrino. Perché quel che fa orrore al Cavaliere inorridisce anche il Sindaco. La paura, cioè, di perdere la propria aura di diversità, di mescolarsi con «i politici», di essere percepito non più come protagonista ma come coprimario di uno spettacolo in cui i singoli profili umani e politici si confondono come sagome all’imbrunire. La paura di Renzi è diventare come gli altri, e più il tempo della sua ‘discesa in campo’ s’allunga più il rischio si concretizza. La politologa Sofia Ventura fu tra i primi a schierarsi idealmente al suo fianco, ma ora dice: «Ormai leggo i titoli dei giornali su Renzi, sbuffo e vado oltre. Il rischio ‘teatrino’ c’è, ed è molto concreto anche perché non si capisce più il nesso tra i suoi interventi e la sua strategia politica».
Ma è difficile uscirne. Sostiene infatti Salvatore Vassallo, anch’egli politologo, ma anche deputato e renziano, che «la sovraesposizione mediatica di Matteo prescinde la sua volontà. È che viene giustamente considerato l’unica leva possibile per rimettere in moto su basi nuove non solo il Pd, ma l’intero sistema politico». Insomma, è la sua forza implicita a farne una star mediatica. E a ciò, osserva Rughetti, si aggiunge «il disperato bisogno del governo e del partito di trovare un capro espiatorio per le proprie debolezze».
Il renziano Giachetti osserva infatti che «sulla vicenda Alfano, Cuperlo è stato molto più duro di Matteo, ma quello che ‘mette a repentaglio la stabilità del governo’ è solo lui: il pericoloso Renzi». Perciò Giachetti provoca: «Al suo posto, mi tirerei fuori dalla corsa per la segreteria e ignorerei il governo, certo del fatto che senza più lo spettro di Renzi sia i dirigenti del partito sia i ministri tornerebbero a sbranarsi tra loro». Ma lui, invece, non intende sfilarsi. «Non lascerà mai il Pd», assicura il fidatissimo Richetti. Eppure fa ciclicamente filtrare l’intenzione di farlo, di tornare sotto la tenda come Achille, o, peggio, di ritirarsi non «alle Bahamas» come ha più volte ‘minacciato’ Berlusconi, ma a Firenze.
Una tattica per alimentare il mito della propria diversità. Arricchita però da una lamentela continua e rischiosa, perché, dice la professoressa Ventura, «questo ossessivo lagnarsi del fatto che tutti ce l’abbiano con lui alla fine lo indebolirà, perché accredita l’idea del ragazzino viziato che non riesce a mattere le mani sul giocattolo desiderato». Vassallo concorda sul rischio del vittimismo, ma lo giustifica: «Gliene stanno facendo di tutti i colori. Sulle regole congressuali, i vecchi dirigenti ormai delegittimati del Pd si stanno comportando come Berlusconi e Calderoli ai tempi del Porcellum».