Il container non diventi un’abitudine
Alcune considerazioni dopo il reportage tra i terremotati nei container a Novi, pubblicato sul nostro giornale ieri. Dopo quasi un anno nei container, chi ci vive comincia a considerarla come casa propria. Sarà perchè la casa, quella vera di mattoni, è stata demolita e ricostruirla è talmente complicato che per qualcuno diventa una chimera. La nostalgia di casa sta sprofondando nelle sabbie mobili della burocrazia, ma il tetto sopra la testa è comunque un pensiero a cui tutti hanno bisogno di aggrapparsi. Perchè è l’unica certezza nella precarietà che viviamo ogni giorno. Avere un luogo familiare dove tornare la sera, dopo una giornata passata a lavorare o a cercare lavoro, è un bisogno essenziale. Ecco perchè ci si aggrappa al container con l’aria condizionata, perchè è concreto, mentre la casa non esiste più. Il rischio è dimenticarsi che una casa di mattoni c’era e va ricostruita, che la vita nei container non è la vita normale ma la vita ‘anormale’ dopo un terremoto. E soprattutto che un giorno quei container dovranno essere rimossi, questa è la linea di ricostruzione seguita fin dall’inizio dal commissario Vasco Errani. La situazione a L’Aquila è sotto gli occhi di tutti e noi non vogliamo ripetere gli stessi errori.