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Berlusconi e la (a)normalità italiana

Si può considerare ormai esaurito (e non da oggi) il ciclo politico di Silvio Berlusconi e al tempo stesso indignarsi per il modo con cui il leader del Pdl rischia d’essere estromesso dalla vita politica. Un’estromissione formale, perché ancora ieri con il suo ‘boia chi molla’ l’ex premier ci ha ricordato che nessuno può impedirgli di rimanere leader del centrodestra. Può essere fatto decadere dalla carica di parlamentare (legge Severino), può essere reso ineleggibile (sentenza Mediaset), ma non si può impedire che venga considerato la guida di elettori ed eletti e, a normativa vigente, che il suo nome figuri sulla scheda elettorale come «capo della coalizione». Appellarsi alla Giustizia, che per definizione «deve fare il suo corso», è un’ipocrisia. Se la legge fosse davvero uguale per tutti, i padri della «Costituzione più bella del mondo» nel ’47 non avrebbero previsto all’articolo 68 l’istituto dell’immunità parlamentare. I giudici non sono né più onesti né più scrupolosi dei politici, ma a differenza dei politici non sono gravati dall’interesse generale. Ed è all’interesse generale che occorre oggi richiamarsi. Se, dunque, la sconfitta per via giudiziaria del politico Berlusconi appare esecrabile in via di principio, ancor più lo è nel fuoco di questa particolarissima fase storica e politica. E’ infatti dalla nascita del governo Monti che l’Italia ha rinunciato alla propria «normalità». Ci siamo ancorati a vincoli esterni, abbiamo coartato diritti acquisiti in campo pensionistico e non solo, abbiamo dato vita a governi ibridi fino a poco tempo fa impensabili. E’ stato un capriccio o era necessario? Se era necessario, quello stato di necessità perdura. E tra la vita del governo Letta e l’azzoppamento del Caimano non dovrebbe esserci partita. Tuttavia, sarebbe ingenuo aspettarsi che il capo dello Stato o il Pd si arrischino ad una qualsivoglia «soluzione politica» del caso Berlusconi. Non ne hanno né la forza, né la voglia. Come spiega però sul ‘Qn’ di oggi il professor Guzzetta, ci sono fondati motivi per evitare che la Giunta per le elezioni del Senato valuti il caso della decadenza del Cavaliere prima che la Consulta abbia chiarito i dubbi di costituzionalità che gravano sulla legge Severino. Si guadagnerebbe così tempo prezioso affinché il governo agganci uno straccio di ripresa economica, i partiti approvino le riforme istituzionali che invocano da trent’anni, il Pdl faccia finalmente i conti con il dopo-Berlusconi. Anche a costo di ritrovaci con un Berlusconi in gonnella.