Renzi in campo
Comunque vada, Matteo Renzi ci sarà. Avendo sondato il Quirinale, il sindaco di Firenze si è convinto che seppure Berlusconi dovesse rovesciare il tavolo del governo (ipotesi che non dà affatto per scontata), Giorgio Napolitano non consentirebbe nuove elezioni prima del prossimo anno. Ci sarebbe dunque il tempo perché il congresso del Pd si svolga e perché lui vi partecipi. E né lui né i suoi hanno dubbi sul fatto che in caso di vittoria tra il sindaco e la sua città di consumerebbe un addio. Renzi, dunque, non si ricandiderebbe a palazzo Vecchio. E per quanto il suo ex vicesindaco Dario Nardella sia pronto a prenderne il posto, tra i renziani c’è anche chi ritiene che «Matteo potrebbe manovrare perché sia candidato un esponente della società civile fiorentina».
Ora Renzi è in vacanza in California. Tornerà in scena il 30 alla festa Pd di Reggio Emilia, ma finché non verrà riunita l’assemblea che formalizzerà tempi e modi del congresso terrà coperte le sue carte. E’ noto che punti a Palazzo Chigi. Ma, non senza fatica, ha infine accettato di fare tesoro dell’esperienza di Prodi: «Cambiare il Pd per cambiare l’Italia» sarà dunque il suo slogan, perché senza aver prima rivoluzionato il partito non è pensabile poter rivoluzionare il Paese. E’ per questo, per dare a Renzi il tempo di trasformare il vecchio Pd in un nuovo labour, che i più strutturati tra i politici che lo seguono arrivano addirittura ad augurarsi che alla fine Napolitano la spunti e le elezioni si tengano nel 2015. Se Renzi riuscirà ad espugnare il partito, e l’esecutivo sarà ancora in piedi, cercherà di stringere un accordo in tal senso con Enrico Letta e i ‘governativi’ del Pd. «Che il governo arrivi a fine legislatura per noi è impensabile — riflette un renziano —. La spinta propulsiva di Matteo può durare un anno, ma bisogna che al massimo alla fine del 2014 cominci di fatto la campagna elettorale. E se Letta vorrà le primarie per la premierhip le avrà». Inutile obiettare che la via di Renzi verso la segreteria del Pd è irta di incognite e costellata di mine: i renziani non hanno dubbi sul fatto che l’obiettivo verrà colto. «Sul territorio, lo smottamento c’è già stato: siete voi romanocentrici a non accorgervene!», la replica. Regolarmente seguita dall’elenco di ex diessini convertiti al renzismo: il sindaco di Torino Fassino, il segretario dell’Emilia Romagna Bonaccini, il presidente della provincia di Pesaro Ricci, Veltroni e i veltroniani… Prevalentemente amministratori locali, poichè Renzi intende «ribaltare la piramide del potere interno privilegiando la periferia sul centro, i territori su Roma».
Perché la rivoluzione abbia qualche chance di riuscire, se sarà segretario Renzi affamerà la Bestia: «Chiudere i rubinetti del finanziamento pubblico, rovesciare l’apparato come un calzino, dar vita a un partito a metà strada tra modello americano e britannico». Un partito «leggero», dunque, in costante scambio con la società civile e in rapido affrancamento dalla Cgil e dai suoi luoghi comuni a partire dal concetto stesso di Stato sociale, «in modo da catturare anche gli elettori in fuga da Pdl e Lega». Renzi condivide il modello di riforma elettorale lanciato da Luciano Violante e ipotizza un’alleanza che vada da una parte di Scelta Civica (Montezemolo e Olivero) a Sel. Un’alleanza alla Prodi, «ma con la certezza di controllare almeno il partito maggiore».
Rischi alti, programma ambizioso: una buona battaglia che in caso di vittoria contribuirebbe alla maturazione dell’intero sistema politico.