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Il bel gesto salverà l’Italia (e non solo)

Se solo per un attimo la nostra classe politica staccasse lo sguardo dal proprio ombelico, vedrebbe addensarsi sulle Alpi nubi gravide di pioggia spinte da un forte vento continentale. L’Eba, l’autorità europea che sorveglia il mercato bancario, sta monitorando le fragilità di alcuni istituti di credito italiani e chi a Londra è piegato su quelle carte trattiene a stento il proprio pessimismo. Ma non occorre avventurarsi nei retroscena; la scena è più che sufficiente per capire l’aria che tira. Nelle ultime ventiquattr’ore i vertici della Banca centrale europea, del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea hanno con parole simili ricordato al governo italiano e ai partiti che lo sostengono che la voragine del nostro debito pubblico è ancora tutta da colmare. E’ dunque possibile che il premier Letta riesca a tenere il rapporto deficit-pil sul crinale del 2,9%, ma in caso di crisi politica i mercati entrerebbero in agitazione, gli investitori stranieri se la darebbero a gambe più di quanto non abbiano già fatto, lo spread si innalzerebbe e dovendo pagare maggiori interessi sul debito l’Italia rischierebbe di sballare i propri conti pubblici. In casi del genere, per evitare che le debolezze di un paese contagino l’Eurozona, in passato è entrata in scena la famigerata Troika: cioè, appunto, Bce, Fmi e Commissione europea. Le riforme strutturali che fino ad oggi sono state chieste — invano — ai politici sarebbero allora appannaggio esclusivo di tecnici e burocrati dall’inglese fluente e dalla coscienza autopulente. Uno spettro già intravisto nel novembre del 2011, che a due anni quasi esatti torna ad aleggiare sul Belpaese. E’ questo, dunque, il contesto nel quale si dibattono gli italici partiti. E a giudicare dai sondaggi, gli elettori l’hanno capito ben più degli eletti. Anche quelli di centrodestra, che in maggioranza alla crisi politica preferiscono la stabilità dell’attuale governo. Il Pd, invischiato com’è nella sua faida congressuale, fa della questione Berlusconi questione di principio non avendo la forza di far altro. Sta allora a Berlusconi dimostrarsi all’altezza della situazione. Se, pur denunciando l’ingiustizia subita, si dimettesse da senatore prima del voto sulla propria decadenze e anziché rovesciare il governo ne diventasse il pungolo esigendo la riforma del mercato del lavoro così come il taglio della spesa pubblica, la riforma delle istituzioni così come, per via referendaria, quella della Giustizia, il Cavaliere ne uscirebbe come un gigante circondato da nani. E gli sarebbe certo più facile tutelare i propri interessi e ottenere clemenza dal Quirinale. Del resto, c’è forse un’alternativa migliore?