INDIA/Violenza più forte del cambiamento. L’India non è un paese per donne. Nuovo orrore: voleva sposare un intoccabile, impiccata dai fratelli
LE GRIDA di gioia si erano appena spente. I cartelli che salutavano la pena di morte inflitta ai quattro stupratori della studentessa di 23 anni violentata e uccisa assieme al suo compagno il 16 dicembre a Nuova Delhi erano appena tornati nei garage. Nello stato meridionale del Tamil-Nadu Gomathi, 17 anni, è stata impiccata da due suoi fratelli nella sua stanza.
Hanno cercato di far credere che si sia tolta la vita. La sua “grave” colpa era una fuga d’amore con un paria, un dalit, il gradino più basso della scala sociale. Gomathi lavorava in uno stabilimento ittico di Tuticorin. Si era innamorata di Murugan, un suo compagno di lavoro. Il padre Mayandi, contadino di una casta intermedia, era su tutte le furie e le aveva organizzato un matrimonio, a suo modo di vedere, “adeguato”. Ghomati era fuggita con il suo Murugan. I famigliari però erano riusciti a farla tornare a casa promettendole comprensione.
È stata picchiata selvaggiamente e appesa a una corda. Nelle stesse ore una “voce dal sen fuggita” del difensore di due dei quattro condannati dalla Corte del distretto di Saket della capitale ha fatto sobbalzare femministe e grandi capi delle organizzazioni che si battono per i diritti umani. «Se mia figlia – ha sussurrato P.A. Singh – avesse avuto rapporti sessuali prima del matrimonio e fosse andata in giro di notte con il suo fidanzato, l’avrei bruciata viva». Il consiglio degli avvocati di Nuova Delhi, investito del caso, ha chiesto una denuncia scritta contro il legale.
IN INDIA ogni 20 minuti una donna subisce violenze sessuali. A Midiyav, un quartiere poverissimo di Lucknow, la capitale dell’Uttar Pradesh, 480 chilometri a sud est di Nuova Delhi, è nata addirittura una “Brigata rossa” femminile. Quando le vedono in strada con la loro “divisa” rossa e nera gli abitanti di sesso maschile sussurrano “Khatre ki ghanti” e cioè “allerta, pericolo!”. La Brigata sta inseguendo uno dei tanti “Romeo da strada” che si è meritato la sua attenzione. Le ragazze lo prendono per le braccia e per le gambe e lo alzano in aria per mostrarlo ai passanti. Quando lo appoggiano a terra comincia il “trattamento”. Qualcuna lo prende a pugni, senza esagerare. Altre lo percuotono con le scarpe. Poi lo abbandonano.
LENTAMENTE un tabù secolare mostra qualche incrinatura, anche lessicale. Lo stupro comincia ad essere indicato con il suo nome al posto del vago «infastidire», il verbo che veniva usato finora. Jyoti Singh Pandey, la studentessa di fisoterapia di 23 anni, violata e penetrata a morte con una sbarra di ferro sul minibus, primogenita e speranza della sua famiglia, veniva da un misero villaggio di casupole a 600 chilometri dalla capitale. Per pagarle le tasse il padre faceva il facchino all’aeroporto sobbarcandosi turni di lavoro di sedici ore. Al paesello di origine aveva venduto tutti i suoi terreni e aveva promosso una colletta fra i parenti. Jyoti aveva promesso che con i suoi stipendi futuri avrebbe pagato gli studi dei fratelli minori.
«PORTEREMO i colpevoli davanti ai giudici» aveva promesso Sonia Gandhi. Da quest’anno una legge ha stabilito che i responsabili di violenza carnale, stalking e atti di voyerismo possono essere portati sul patibolo. Shoma Chaudhury, direttrice del settimanale “Tehelka”, è pessimista: «La legge rischia di provocare più vittime fra le donne. Chi le violenterà, preferirà ucciderle per cancellare la prova vivente del suo delitto». Sul giornale Hindu Nilanjana Roy riassume il clima sociale indiano con queste parole: «Supponiamo che impicchino sistematicamente gli stupratori: sparirebbero in un anno diecimila vicini di casa, negozianti, insegnanti, nonni, padri e fratelli».