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O il partito o la vita

I partiti nascono come mezzi per realizzare un programma o, per chi ci crede, un ideale, ma quasi sempre si trasformano nel fine ultimo dell’azione politica. L’identità non conta, conta controllare il partito in quanto tale. Fenomeno evidente in queste ore. Difficile dire quale modello partitico, quali politiche di governo e quali orizzonti culturali caldeggi, poniamo, Daniela Santanché: chiarissimo è invece il fatto che intende impossessarsi del Pdl sottraendolo alla non irresistibile presa di Angelino Alfano. Il partito diventa merce di scambio: se continui a sostenere il governo, te lo prendi. Poi vedremo che farne. Nel Pd, la gran parte della nomenklatura ex ds è marginalizzata, puntella un esecutivo guidato da un ex dc (Letta) e si accinge a sostenere un altro ex democristiano alle prossime elezioni (Renzi). Conquistare — o meglio, tenersi — il partito, per dalemiani e bersaniani è l’unica maniera per contare ancora qualcosa. Perciò soffiano sul fuoco di una crisi di governo sempre più improbabile sperando che le elezioni anticipate facciano saltare un congresso che tutti dicono incoronerebbe Renzi segretario. Ma è chiaro, avendo eluso il tema per vent’anni filati, che non hanno idea di quale debba essere l’identità del Pd. L’importante è che sia cosa loro. Troppe ambizioni per così pochi partiti, col proporzionale si moltiplicheranno come funghi.