La grazia a Berlusconi, miti e forzature
I quirinalisti dell’Unità e di Repubblica scrivono che dopo aver visto il videomessaggio di Berlusconi, Giorgio Napolitano avrebbe deciso di non concedergli la grazia, qualora venisse richiesta. Il motivo? Berlusconi non ha accettato la sentenza di condanna. Peggio: l’ha criticata. Nel 1999, questo giornale prese a cuore il caso di Adriano Carlesi, piccolo truffatore col vizio degli assegni a vuoto. Per ogni assegno un processo, per ogni processo una condanna che andava incredibilmente a sommarsi a quella precedente. Risultato: Carlesi avrebbe dovuto scontare 29 anni e 11 mesi di carcere. Praticamente un ergastolo, avendo l’uomo 44 anni. Carlesi non si rassegnò. Denunciò dal carcere la scelta della Corte d’appello di Venezia che rifiutava di mitigare le pena come aveva invece disposto la Cassazione, mise in evidenza errori e forzature dei magistrati, fece per 100 giorni filati lo sciopero della fame. E l’allora capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, gli concesse la grazia. Come dice Marco Pannella inneggiando allo stato di diritto e al Verbo liberale: «Ma ’ndo sta scritto che uno debba inchinarsi ai magistrati che l’hanno condannato e pure ringraziarli?».
Più di 40mila sono stati i provvedimenti di grazia nella storia repubblicana, e mai prima l’acquiescenza o, peggio, il pubblico ossequio rispetto alla magistratura erano stati considerati tra i requisiti necessari. Tanto più che un certo sospetto nei confronti della categoria togata ha nobili e antiche radici. «Non riuscivo a capire come un uomo si proponesse da sè di esercitare questo compito strabiliante», scrive Camus ne ‘La Caduta’ parlando, con «istintivo disprezzo» e ben prima di Berlusconi, dei magistrati. «Se mi accusassero di avere rubato la Torre di Pisa, io, intanto, mi darei alla latitanza», ammetteva il grande giurista, nonché padre costituente, Piero Calamandrei.
Nella sua assai citata nota del 13 agosto scorso, Giorgio Napolitano chiedeva a Silvio Berlusconi di «prendere atto» della sentenza. Un discorso da politico a politico, e dunque in chiave politica andavano lette le sue parole. Significavano che Berlusconi doveva accettare le conseguenze (politiche) della sentenza, cioè la decadenza da senatore, e continuare a sostenere il governo. E’ quello che, ad oggi, sta facendo.
Circolano invece bizzarre interpretazioni del pensiero quirinalizio e strane forzature si spera non autorizzate. Dice: Napolitano potrebbe far grazia a Berlusconi della pena detentiva, ma non della pena accessoria, cioè l’interdizione dai pubblici uffici. Eppure, l’articolo 174 del codice penale dice che «la grazia non estingue le pene accessorie, salvo che il decreto disponga diversamente». Il Presidente, dunque, può fare quel che vuole. E infatti in molte delle 23 grazie concesse, Napolitano ha compreso anche le pene accessorie. Dice: il capo dello Stato non può graziare Berlusconi perché una sentenza della Consulta dispone che la grazia possa essere concessa solo per ragioni umanitarie. Sarà, ma è evidente che la grazia concessa in aprile da Napolitano al colonnello americano Joseph Romano non aveva nulla di umanitario: la questione era politica. Così come politica è la questione Berlusconi. Si può discutere se la grazia sia opportuna o se, stante la mole di processi pendenti sul capo del Cavaliere, serva in effetti a qualcosa. Ma degradarla da questione politica a questione giuridica è fuorviante. E, per la politica, anche un po’ avvilente.