Il suicidio di un leader
Bando alle ipocrisie: ricatti, minacce ed esibizioni muscolari fanno da sempre parte dell’armamentario di cui il politico si serve per raggiungere i propri scopi. Nobili o meno nobili che siano. E’ quel che fanno anche i sindacati quando minacciano di paralizzare il Paese con uno sciopero per difendere gli interessi di una singola categoria. Ciò che sfugge, però, nella sceneggiata delle dimissioni post datate dei parlamentari pidiellini, è proprio lo scopo. Lo scopo politico. Perché, pur avendo un fondamento, la questione di principio esibita, cioè l’indisponibilità ad accettare la decadenza di Berlusconi da senatore intesa come «vulnus allo Stato di diritto», oltre a confliggere apertamente con l’interesse di una nazione stretta nella morsa di una crisi epocale, non ha davvero più nulla di politico. Alla ricerca di una logica, si è dunque costretti ad abbandonare i già complessi arabeschi della politica per avventurarsi sul terreno scivoloso della psicanalisi. E’ dunque dell’uomo Silvio Berlusconi che occorre occuparsi, perché almeno in questo nel Pdl non c’è distinzione tra falchi e colombe: tutti dicono che il Cavaliere è realmente sconvolto, si sente preso in giro dal capo dello Stato, è terrorizzato all’idea che le procure possano fare a gara nel chiedere il suo arresto non appena avrà perso lo scudo che lo status di parlamentare bene o male ancora gli assicura. Non c’è possibilità di salvezza, però. Berlusconi lo sa ed è proprio questa la ragione dello scarto di martedì sera, per ora assecondato dai suoi parlamentari. Non accetta la sconfitta, e come il cow boy asserragliato nel saloon cinto d’assedio, anziché arrendersi impugna la colt ed esce allo scoperto sparando all’impazzata. Un suicidio, se osservato razionalmente; un estremo tentativo, se calati nello spirito del West. Un modo per confidare ancora nella buona sorte, in un colpo di scena, in un rovescio del destino. Un modo per poter continuare ancora a sperare, a sentirsi protagonista. Come Mussolini sul Garda, ma con i tedeschi contro e non più alleati. Una follia, certo. Una reazione isterica. Anche perchè ad avvantaggiarsi di una crisi di governo con eventuale, rapido ritorno alle urne non sarebbe il Pdl ma il Pd. E infatti, pur coltivando obiettivi diversi, sia Renzi sia Bersani si fregano le mani. E così anche Romano Prodi, che in caso di dimissioni di Napolitano tornerebbe in gioco per il Quirinale.
PS
Ma se anche fosse un bluff, se anche alla fine Berlusconi facesse il bel gesto di respingere le dimissioni dei suoi parlamentari, riuscirebbe una maggioranza stressata come questa a ritrovare un comune denominatore politico ridando slancio ad un governo in apparenza già sfiancato? Difficile, molto difficile crederlo.