Un ringhio. E’ Solsbury hill, però non canta Gabriel ma Lou Reed
Qual è il segreto di una vera cover? Risultare il più possibile diversa rispetto all’originale, sennò ci si tiene l’originale, no? Mi sono, religiosamente, accostato così all’ascolto del nuovo disco di Peter Gabriel, che poi non è proprio un disco suo, bensì di canzoni sue, interpretate da altri. ‘I’ll scratch yours’ si chiama, ed è il secondo lato del progetto che qualche anno fa lo portò a incidere ‘Scratch my back’: allora era lui che si dedicava alle cover altrui, stavolta gli omaggiati di quel tempo gli ricambiano il favore (tutti tranne David Bowie, Neil Young e Radiohead).
Il risultato? Curioso, come capita ad ogni disco di cover, ma è un bel disco, un viaggio nel passato visto con occhi altrui e per fortuna con una sua anima, forte e pulsante. Io per gioco ho messo il cd sul piatto senza guardare la tracklist e all’ascolto ho provato a riconoscere i pezzi. Mi è successo in 11 casi su 12, l’unico che ho toppato era ‘Mother of violence’ di Brian Eno, trasformata in un bozzetto angosciante e ossessivo, ma mica brutta, eh, anzi, sembra un pezzo dei King Crimson anni 80. E poi c’è Lou Reed con ‘Solsbury hill’, diventata una canzone ringhiosa. Il vecchio Lou la prende, la fa a pezzi e la ricostruisce in una versione selvaggia quasi brutale e lacerante, priva di ritmo ma un’autentica cavalcata nell’ansia. ’Come talk to me’ viaggia lieve lieve, sulla voce eterea di Bon Iver, leggera come un fiocco di neve. Fantastica è ‘Games without frontiers’: gli Arcade Fire le regalano un impatto sublime, una forza elettronica mai vista, ne risulta una marcetta robotica, trascinante. Mentre originale è ‘Not one of us’ di Stephen Merritt, un po’ ipnotica, che dire poi di Joseph Arthur, la sua ‘Shock the monkey’ è irriconoscibile, mutilata del ritmo, ma non per questo meno interessante. ‘Don’t give up’ di Leslie Feist con Timber Timbre diventa una una ballata country, ingenua se vogliamo, ma baciata da una sua genuinità. Ma la canzone bella bella è ‘Mercy street’ degli Elbow, scivola via struggente come la barca di Anne Sexton. Curioso è il destino di ‘Biko’: trent’anni fa l’arcangelo la pensò come una canzone percussiva, con un po’ d’elettronica (d’altro canto Gabriel era sempre un passo avanti), oggi Paul Simon, che come innamorato dell’Africa non poteva che farsi intrigare da ‘Biko’, la rilegge in maniera molto classica: una chitarrina, la sua voce malinconica e un violoncello (bellissimo).
C’è spazio, com’è normale che sia, anche per qualche delusione: troppo banale e piatta ‘Blood of Eden’ di Regina Spektor, ”Big time’ di Randy Newman pare invece fuori dal tempo, intendiamoci, Randy la forgia a modo suo, piano e voce, ma la sua versione stona in un album molto elettronico. Ma la vera curiosità, che nessuno ovviamente saprà mai soddisfare, è cosa ne pensa il diretto interessato. Esempio, cos’avrà rimuginato Gabriel all’ascolto della randagia versione di ‘Solsbury hill’ di Lou Reed? Speriamo non abbia detto: devo reincidere questi brani, sennò il disco di canzoni nuove arriva fra 10 anni….