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Uccidere il padre

Contro tutti i pronostici, Angelino Alfano ha dunque dimostrato di possedere quel «quid» che a giudizio di Berlusconi gli mancava. A differenza di quel che fece nel novembre 2012, quando tentò lo strappo dando di «barzellettiere» al Capo e finì invece per riallinearsi, stavolta ha tenuto il punto. E il punto non è tanto, o solo, la durata del governo Letta, ma il futuro del centrodestra. Seguire il Cavaliere lungo la strada delle urne avrebbe significato infilarsi in un vicolo cieco arroccati su una barricata cinta d’assedio da una realtà ostile. Nessun ricambio, nessun futuro. Solo la possibilità di cavalcare qualche malumore nazionale in attesa che altri diano vita a un partito in grado di rappresentare degnamente l’area del centrodestra maggioritaria nel Paese. Uccidere il padre, in politica può essere un gesto doloroso ma necessario. Francesco Cossiga, che della politica avvertiva la dimensione tragica, lo spiegò così: «Come l’uomo tradisce spinto dall’istinto di sopravvivenza della specie, il politico può tradire per garantire la sopravvivenza del proprio progetto, che è anche il progetto del gruppo che fa capo a lui…». E’ esattamente questo lo spirito di Angelino Alfano e delle cosiddette ‘colombe’ del Pdl. E il fatto che tutto ciò stia accandendo nel momento di massima debolezza di Silvio Berlusconi non è un’aggravante morale, ma una scusante politica. In ‘Massa e potere’, Elias Canetti racconta dell’emblematica condizione del re di Jukun in Nigeria. Un re, certo, ma un re costretto dal ruolo ad accettare la prassi in base alla quale se solo fosse accidentalmente caduto da cavallo sarebbe stato inopinatamente ucciso. E in caso di malattia grave era previsto il suo strangolamento. C’è una logica: il potere presuppone la forza, e un ‘potente’ manifestamente debole rappresenta una minaccia letale per l’istituzione, il gruppo politico o l’ideale che rappresenta. Berlusconi è senz’altro vittima di accanimento giudiziario, ma è indiscutibilmente caduto da cavallo: a 77 anni appena compiuti e alla vigilia di una violenta ma inappellabile estromissione dal parlamento per via giudiziaria, è chiaro che non potrà più montare in sella. Pretendere che tutti liberino i propri destrieri e camminino al suo fianco senza una meta significa ignorare le regole della politica. Regole spietate, naturalmente.