Rifelli, lo zar d’Europa
Dal Qs-Resto del Carlino Bologna in edicola oggi.
IN SEI MESI è diventato il viceré d’Europa, almeno di quella del volley. Claudio Rifelli, bolognese di Siberia, dopo aver vinto la Champions League per club con il Lokomotiv Novosibirsk in marzo, domenica ha conquistato il titolo continentale con la Russia, per la quale lavora dall’estate. Lo ha fatto battendo in finale l’Italia di Berruto.
CLASSE 1973, capace di vincere lo scudetto under 16 da giocatore con la Zinella nel 1989, poi passato alla Sisley Treviso dove fu costretto da un infortunio a smettere presto, Rifelli è diventato un giramondo della panchina. Dopo gli inizi nel Bolognese tra Monte San Pietro, Bellaria e Idea, ha lavorato a Gela, in Brasile e da tre anni in Russia. La vittoria in Champions con il Novosibirsk ha fatto promuovere il suo capo allenatore Voronkov in nazionale, e il coach ha voluto il suo assistente di fiducia nello staff. Dopo il successo del Parken Stadium di Copenhagen, in questi giorni Rifelli è tornato a Bologna per la prima volta dopo cinque mesi, da papà Giorgio e mamma Anna Maria che vivono vicino a porta San Donato. Aveva un trofeo in più in tasca.
Rifelli, per lei il 2013 è l’anno dell’Europa…
«Incredibile, gli ultimi sei mesi sono stati davvero belli. Anche se la finale di domenica è stata un po’ particolare, contro l’Italia».
I giocatori russi vi avranno preso in giro…
«No, l’umorismo non è la caratteristica principale di questo popolo. Ma l’atmosfera per noi era strana, mentre risuonava l’inno di Mameli ero anche un po’ in imbarazzo. Con me c’erano anche il vice di Voronkov, il veneto Sergio Busato, e il fisioterapista di Modena Massimo Di Vetta».
Di preciso, lei che cosa fa per la Russia?
«Il loro sistema è un po’ diverso dagli altri, il capo allenatore ha un ruolo più rappresentativo che pratico. Gli allenamenti e la preparazione delle partite con tattica e video la fa Busato per l’80 per cento, il resto tocca a me. Purtroppo, per i regolamenti Cev non sono potuto andare in panchina durante le partite».
Ha sentito gli amici bolognesi?
«Sì, tra telefonate e messaggi si sono fatti vivi tutti. Mi ha mandato un messaggio anche Lorenzo Bernardi, mi ha fatto piacere. In questi giorni sono a Bologna per rifare il visto, ne approfitto per una rimpatriata».
Dura la vita in Russia?
«Diciamo che mi mancano il cibo e il clima, io vivrei sempre in spiaggia…Però comincio ad adeguarmi e a capirli un po’, poi là ho trovato anche la mortadella. E comunque nel nostro mestiere bisogna cavalcare l’onda».
Le vittorie giustificano questi sacrifici? Ne vale la pena?
«Sì, perché sono nello staff della squadra più forte del mondo, che ha saputo restare davanti a tutti anche rinnovando molto il gruppo che aveva vinto a Londra. Dietro quei giocatori c’erano giovani che hanno retto anche tre allenamenti al giorno. L’avevamo già capito nella World League, che la squadra era pronta».
Quella l’avete vinta contro il Brasile di Bernardinho. Del quale un tempo lei era assistente.
«Quando mi ha visto non ci credeva, suo figlio mi ha raccontato che Bernardo ci è rimasto anche male scoprendo che lavoravo per la Russia».
Dove tornerà presto.
«Tra pochi giorni, ma ripasserò dall’Italia il 6 novembre, quando sfideremo Macerata in Champions».