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Il Pdl fa il Pd

In questo bipolarismo incerto e sospeso, calato in un modo che cambia e obbligato a ridefinirsi fuori dal ventennale schema berlusconiani-antiberlusconiani, il dibattito interno ai due maggiori partiti s’infiamma o si sopisce secondo una logica pendolare: quando lo scontro divampa nel Pd, s’acquieta nel Pdl; quando divampa nel Pdl, s’acquieta nel Pd. Ora nell’occhio del ciclone si trova il partito di Berlusconi e Alfano, ma è chiaro che nel Pd regna una calma solo apparente. Lo testimoniano gli affondi di Letta ed Epifani. Comprensibile che, dopo settimane in cui le incertezze del Pdl si sono riverberate sul governo, il premier e il segretario democratico vogliano far la voce grossa nella speranza di affrancarsi dai condizionamenti dell’odiato Caimano. E’ tuttavia lampante che le loro interviste di ieri abbiano sortito l’effetto opposto: messo in imbarazzo Alfano, ricompattato il Pdl attorno a Berlusconi. Il che testimonia quanto difficile sia il proposito dell’attuale vicepremier di rendersi «diversamente berlusconiano». L’accusa di «tradimento» e il rischio di flop elettorale alle europee del prossimo anno gli consigliano prudenza. Una scissione sarebbe troppo rischiosa. Di buono c’è che dal giorno della fiducia al governo il dibattito interno al Pdl è (parzialmente) uscito dalle secche dell’emotività per dislocarsi sul piano della politica. Anche l’emersione di Raffaele Fitto come leader alternativo è una buona notizia: dopo anni di finto unanimismo, benvenga un confronto alla luce del sole. I tempi vogliono che a condurlo siano due uomini, Alfano e Fitto, che hanno molto in comune: ex democristiani, politici di professione, forzisti della prima ora e, come usa dire oggi, ‘giovani’. Quel che sfugge, però, è il motivo del contendere. Si può fare un congresso per discutere una linea o un’identità politica, farlo per stabilire se mettere in crisi il governo Letta o per assegnare la palma del più berlusconiano non avrebbe senso. Anche se c’è chi sostiene il contrario, forse persino credendoci, sia il governo di larghe intese sia la leadership di Berlusconi sul centrodestra sono fatalmente destinati ad esaurirsi. Sarebbe dunque un congresso dal fiato corto e con la testa rivolta al passato, mentre è del futuro che occorre discutere. E’ paradossale che mentre il Pd si sforza per la prima volta di parlare di sè alla società, il Pdl si stia avvitando in un dibattito interno tra iperberlusconiani e diversamente tali che verte ancora e solo sul nome di Silvio Berlusconi.