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Alberto Bertoli e i terremoti dell’anima

Stavolta la pallavolo non c’entra proprio niente. Anzi, sarà meglio chiarire subito che il Bertoli di cui sto per parlarvi è un figlio d’arte, ma non di Franco, il pallavolista: di Pierangelo, il cantautore. Ho appena visto il suo nuovo video qui, mi ha commosso e ho deciso di scrivere. Lo sto facendo di getto, spero che vedendo il video possiate capire perché. C’è tutta la forza della nostra terra, in questa canzone.

Come tutti i figli d’arte, soprattutto quelli di padri che sono stati artisticamente unici nel loro genere, Alberto Bertoli sta facendo più fatica di altri ad aprirsi una strada nel mondo della musica. Immagino che gli sia stato più facile familiarizzare con la musica fin da bambino, al limite anche trovare il contatto giusto per far ascoltare quello che aveva scritto. Ma quando si tratta di andare davanti a un pubblico, il paragone con quello che è stato tuo padre è pesante, comunque la si veda. E’ come partire con un giro di svantaggio: c’è qualcuno che è comunque passato prima di te, nel cuore di chi ti ascolterà. Non voglio andare sul difficile, citando il concetto di ‘orizzonte d’attesa’ che ho trovato su un librino breve ma illuminante di Hans Robert Jauss, che fui costretto a studiare all’università. Diciamo più semplicemente che nessuno può essere valutato solo per quello che fa, perché la stessa cosa acquisisce significati diversi nel contesto in cui è calata.

Se siete ancora qui, vi dirò che ammiro molto la testardaggine di Alberto. Perché io penso che i figli dei cantautori famosi dovrebbero fare gli idraulici o gli assistenti di volo, invece che andarsi a cercare un paragone così svantaggioso, quasi perso in partenza. Però Alberto sta costruendosi una sua identità musicale, passo dopo passo, e credo che lo stia aiutando in questo anche un rapporto speciale con il ricordo di un padre ingombrante, ma capace di dargli una grande forza. Gli somiglia moltissimo nella voce e nella testa durissima. Il resto è già farina del suo sacco da un po’.