Il ritorno all’antico
C’è aria di ritorno all’antico, c’è voglia di proporzionale. Col Pd e il Pdl a rischio scissione e i centristi già da tempo in piena diaspora, serpeggia tra gli eletti l’inconfessato desiderio di tornare a un sistema elettorale che consenta a tutti di essere degnamente rappresentati in parlamento e a nessuno di governare prima che, dopo le elezioni, i partiti non si siano accordati sul profilo del governo e il perimetro della maggioranza. Sarebbe un disastro: con la fine del bipolarismo, l’irresponsabilità verrebbe elevata a sistema. Nel Pd, Matteo Renzi se n’è accorto, e ha posto il problema; nel Pdl, in attesa di capire se e come verrà sanata la frattura interna, si preferisce invece parlare d’altro. Certo è che, senza una riforma del Porcellum, il 3 dicembre la Corte costituzionale casserà il premio di maggioranza dall’attuale legge elettorale e ci ritroveremo così con un quasi-proporzionale di fatto. E’ questo l’esito a cui puntano in molti. Ma se anche i partiti, incalzati dal Quirinale, decidessero infine di metter mano a una riforma, l’esito non sarebbe comunque dei migliori. Il pidiellino Giuseppe Calderisi, meticoloso cultore della materia, ha incrociato gli ultimi sondaggi con tutti i sistemi elettorali possibili (inglese, francese, tedesco, spagnolo) e ha scoperto che in nessun caso uscirebbe una maggioranza chiara: il combinato disposto tra la presenza di almeno tre grossi soggetti politici tra loro alternativi (Pdl, Pd, M5s) e un sistema bicamerale in cui ciascuna camera è eletta con criteri diversi da una diversa platea di elettori renderebbe quasi matematicamente impossibile l’affermazione di un vincitore. Le larghe intese diverrebbero allora non più l’eccezione ma la regola. E’ per questa ragione che, magari dopo aver varato una legge provvisoria per evitare la mannaia della Consulta, sarebbe logico approvare prima la riforma delle istituzioni e poi quella della legge elettorale. Abolito il bicameralismo perfetto e fissato il principio dell’elezione diretta del presidente del Consiglio o di quello della Repubblica, un qualsiasi sistema elettorale possibilmente a due turni funzionerebbe alla perfezione. C’è solo un problema: né Berlusconi (che pure ha più volte denunciato l’impotenza costituzionale del premier) né Renzi (che pure dice di voler «cambiare l’Italia» da palazzo Chigi) manifestano il benché minimo interesse al dibattito in corso sulle riforme istituzionali.