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Quando lo Stato porge l’altra guancia

E’ sempre bello quando tutti sono felici, contenti e soddisfatti. E’ felice il ministro dell’Interno Alfano, perché le manifestazioni di sbato a Roma non sono degenerata più di tanto: ‘solo’ qualche decina di migliaia di euro di danni, 10 agenti feriti ed uno infartuato. Sono felici i manifestanti, perché hanno potuto fare quel che hanno voluto: anche piantar le tende in mezzo alla strada davanti al ministero delle Infrastrutture bloccando così diverse vie nevralgiche capitoline. Non per ore, ma per giorni. Si ricorda, a Bologna, il caso antico di uno studente liceale che durante un corteo nel centro cittadino ebbe la sfortuna d’essere l’ultimo della sua fila. La fila era un po’ più lunga del previsto e lo studente si ritrovò così a camminare qualche centimetro oltre la linea gialla di una corsia preferenziale: fu denunciato per interruzione di pubblico servizio. Quasi nessuno, a Roma, è stato invece denunciato. Delle centinaia di teppisti, solo 16 sono stati fermati, sì che oggi davanti al Tribunale ci sarà una nuova manifestazione al grido di «tutti liberi». E nessuno dei manifestanti-campeggiatori è stato cacciato, o incriminato, o multato. Una pacchia. Alfano ha detto che sabato «lo Stato si è dimostrato più forte di chi vuole sovvertire le sue regole e le sue leggi». Poi ha ringraziato «di cuore» i manifestanti che «si sono dimostrati pacifici». Già che c’era, poteva ringraziare i padri di famiglia che non abusano dei figli, i correntisti che non rapinano le banche, i tossici che non scippano le vecchiette. Parole bizzarre, quelle del ministro dell’Interno. Porgere l’altra guancia è infatti principio evangelico che mal s’adatta alle logiche statuali. E sabato, a Roma, «lo Stato» è questo che ha fatto: ha porto l’altra guancia. «Lasciar sfogare» i teppisti e «non reagire» alle provocazioni, erano le consegne impartite alle forze dell’ordine. Le quali ormai da tempo s’adattano, perché è meglio prendersi una sprangata che usare la forza per difendersi correndo così il rischio — meglio, la certezza — di finire sotto processo. L’11 novembre 2007, gli ultras di Roma e Lazio assaltarono e appiccarono il fuoco a due simboli dello Stato: una caserma dell’Arma e un commissariato di polizia. Poliziotti e carabinieri si barricarono dentro senza reagire. Anche allora fu elogiato il loro sangue freddo, anche allora si disse che se avessero reagito «la situazione sarebbe degenerata». Non dev’essere facile indossare una divisa in un Paese senza Stato.