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Ma il Dr. House non conosce la medicina difensiva

Negli ultimi anni, complici i telefilm, si è diffusa una strana idea di medico stile Dr. House. Vediamo in tv camici bianchi temerari come detective, infallibili, fuori dagli schemi. Nella realtà la biologia (e la burocrazia) fanno la loro parte, il copione delle fiction prende a volte un’altra piega. Si sommano le cause contro le amministrazioni ospedaliere: le assicurazioni alzano l’asticella di premi e massimali per gli inconvenienti in corsia, il magistrato sempre più spesso è chiamato a valutare la fondatezza di cause avviate dopo un evento avverso in clinica. Esiste poi il fenomeno parallelo, sono quei parenti che, in seguito alla malattia di un loro congiunto, si muovono a suon di carte bollate. Ricordate Alziamo la Voce? Lo spot martellante di un’azienda (specializzata nella gestione dei danni subiti in seguito a casi di malasanità, incidenti sul lavoro e sinistri in generale) ha messo in moto reazioni a catena. L’altra faccia della medaglia, in questo contesto, è la cosiddetta medicina difensiva, la prudenza del curante che deve muoversi con i piedi di piombo e circondarsi di pezze d’appoggio (referti, analisi) per essere sempre pronto a difendere il suo operato. L’errore in sanità ha però una componente che non è attribuibile alla condotta del singolo professionista, una componente che può derivare da scelte organizzative, accorpamenti, strette sui tempi delle visite, sui livelli di assistenza, i farmaci centellinati per esigenze di budget. Nel solco di queste riflessioni si è costituita l’Associazione Obiettivo Responsabilità. Al termine di un convegno, che si è tenuto alla Fondazione Forense Bolognese, ho incontrato uno dei principali promotori di questa iniziativa, Paolo Gregorini, anestesista dell’Ospedale Maggiore di Bologna, volevo capire perché occorre farsi carico di un problema, quello del contenzioso in sanità, che ormai raggiunge livelli insostenibili. L’associazione (insieme a medici, avvocati e rappresentanti dei pazienti) intende proporre percorsi condivisi sulla riuscita delle prestazioni sanitarie. Negli ospedali ci sono servizi come quello del risk management che ancora incidono poco nei processi organizzativi, quando invece questa componente avrà sempre più peso al punto che alcuni giuristi (alla luce di specifiche sentenze) prevedono l’estensione della responsabilità anche alle figure che organizzano un servizio, manager, dirigenti sanitari, impiegati o quadri che siano. Si tratta di portare avanti un’azione culturale, non solo tra addetti ai lavori ma anche nei confronti della società civile. Anche il cittadino deve essere informato del fatto che si rivolge a una organizzazione sanitaria che è sempre più complessa.

Su questi temi leggi l’intervista a Ugo Ruffolo su quotidiano.net/salute