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Se il ministro è “dimezzato” la giustizia non si riforma

Come il famoso cane di Pavlov, abbiamo un riflesso condizionato: quando vediamo un ministro della Giustizia ipotizzare una riforma del settore di sua competenza e poi finire inchiodato da un’intercettazione telefonica uscita da un tribunale, di istinto ci viene da difenderlo. Ne abbiamo già visti altri messi in difficoltà dalla reazione corporativa dei magistrati. Oggi, in aula, Annamaria Cancellieri userà i suoi argomenti migliori per difendersi dall’accusa di aver premuto sull’amministrazione penitenziaria per ottenere la scarcerazione della figlia del potente Ligresti. Soprattutto, dirà che iniziative simili le ha assunte anche a beneficio di molti figli di sconosciuti e dunque evitare di farlo per «un’amica di famiglia» come Giulia Ligresti, evidentemente anoressica, sarebbe stato persino ingiusto. Ma il problema è proprio lì: in quell’«amicizia» che il ministro della Giustizia rivendica con una «famiglia» sotto inchiesta e dalla fedina penale tutt’altro che immacolata. Una famiglia che retribuì con cinque milioni di euro la prestazione professionale del figlio della Cancellieri, Piergiorgio Peluso. Una famiglia ingombrante, abituata a comprare tutto quel che può servirle. Persone comprese. Non abbiamo motivo di dubitare della buona fede del ministro, che al termine di una lunga carriera prefettizia mai è stato sfiorato da schizzi di fango. Ma è lecito porsi due domande. Se la richiesta di aiuto le fosse venuta non da una madre di «famiglia amica», ma da una mamma sconosciuta, la Cancellieri avrebbe alzato il telefono chiamando direttamente i responsabili del Dap o si sarebbe limitata alla solita letterina di segnalazione? E se al suo posto si fosse trovato, poniamo, Angelino Alfano — che ha peraltro la ‘fortuna’ di risiedere a Roma in uno splendito appartamento di proprietà dei Ligresti — quali reazioni ci sarebbero state e cosa avrebbe pensato la medesima Cancellieri? Ieri, il ministro si è difeso con forza. E nel difendersi ha detto una cosa che gli fa onore: «Non mi presterò a fare il ministro dimezzato». La prendiamo in parola. E speriamo davvero che, come sembra, col suo discorso al parlamento allontani da sè ogni ombra. Anche perché è chiaro a tutti che la Giustizia va urgentemente riformata, e sarebbe ingenuo pensare che l’iniziativa possa prenderla un ministro a torto o a ragione ‘minacciabile’ dalle toghe.