La Cancellieri e l’identità del Pd
Ammesso fosse una mina, ieri è stata disinnescata. Dal punto di vista politico, la vicenda Cancellieri-Ligresti ha perso quel minimo di potenziale dirompente che la caratterizzava ed è ragionevole immaginare che quando alla Camera verrà messa ai voti la mozione di sfiducia individuale presentata dai grillini la maggioranza si dimostrerà compatta nel respingerla. Tutto rientrato, dunque. Il ministro ha preso atto della rinnovata fiducia da parte dei gruppi parlamentari che sostengono il governo e pertanto non si dimetterà. Eppure, per cinque giorni filati nessuno ha potuto dare categoricamente per scontato che l’esito sarebbe stato questo. Mentre, infatti, il Pdl e Scelta civica hanno da subito e per bocca dei propri più alti dirigenti chiarito che la Cancellieri non aveva niente di cui discolparsi, il Pd ha tenuto ostentatamente aperta la questione. Alcuni, come Civati, hanno invocato le dimissioni. E sia il segretario Epifani, sia il responsabile Giustizia, Leva, si sono trincerati dietro una raffica di distinguo, di critiche e di allusioni che lasciavano intendere tutta la propria insoddisfazione di fronte alle argomentazioni offerte dal ministro a propria discolpa. «In aula, dovrà essere ben più convincente», dicevano. Sottintendendo che in caso contrario non gliel’avrebbero fatta passare liscia. In aula, però, la Cancellieri non ha aggiunto nulla a quel che aveva già detto. Solo una lieve autocritica per il modo più che familiare con cui ha trattato Gabriella Fragni, la madre di Giulia Ligresti che telefonicamente le chiedeva di intervenire per agevolare la scarcerazione della figlia anoressica. E infatti gli argomenti usati dal capo dei senatori democratici Luigi Zanda per rinnovare la fiducia al ministro sono stati tutti riferiti a quel che di lei, della sua carriera e della vicenda in questione già si sapeva. Un peana che poteva essere intonato sin da sabato scorso. Se ciò non è accaduto è stato perché, come ha osservato tra gli altri il senatore Luigi Manconi, il Pd sta vivendo un’evidente crisi di identità che lo spinge ad oscillare tra garantismo e giustizialismo, tra governo e opposizione, tra populismo e responsabilità istituzionale. Il fenomeno, è evidente, riguarda anche il Pdl. Che però — anche se probabilmente solo per ragioni tattiche legate alle possibili analogie tra il caso Cancellieri-Ligresti e il caso Berlusconi-Ruby — in questa vicenda ha dimostrato una rara coerenza.