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Il nichilismo del poeta Sandro Bondi

Cupo, malinconico e pessimista come un poeta rumeno, il poeta di Arcore Sandro Bondi vede nero e quel che vede lo racconta al ‘Foglio’. «In questi anni — dice, e dice d’un ventennio intero — non abbiamo costruito nulla di umanamente e politicamente solido o autentico». Un’autocritica piena, senza appello, senza indulgenze. Cui segue una rara autoflagellazione ai limiti del masochismo, un sentimento cattolico d’espiazione e al tempo stesso di mortificazione di corpo e anima in un sol colpo. Una dannazione, praticamente. E infatti: «Ce lo meritiamo, quello che sta succedendo. Siamo il vuoto, siamo il nulla, non abbiamo saputo costruire nulla di solido, capace di resistere al declino di Berlusconi… Siamo soltanto una palla da prendere a calci». Dunque, «spariremo tutti».
Ora, si sa che i poeti, i veri poeti come Sandro Bondi, sono tali per via di un dolore profondo, uno stato oscuro dell’anima, un’intima urgenza, una ribellione esistenziale. Dunque non vanno mai presi alla lettera e più della loro parola conta quel che di indicibile la parola e la metrica sono in grado di evocare. Ma qui si va altre, qui si sfiora la lesa maestà. Perché hai voglia a dire è tutta colpa nostra, con ciò intendendo dei berlusconiani. Ma lui, lui che faceva mentre voi non facevate «nulla»? E’ come se, autoaccusandosi pur di assolverlo, Sandro Bondi avesse inconsapevolmente scritto l’epitaffio del Re. Vent’anni buttati, dunque. Vent’anni trascorsi senza lasciar traccia alcuna: né dal punto di vista umano — e, tutto sommato, pazienza — né dal punto di vista politico. E questo è troppo, davvero troppo. Perché le corti sono sempre uguali, intente ad esercitare l’antica arte dell’adulazione senza mai illudersi di poter passare alla storia. Semmai alla cronaca e sempre per basse ragioni: al solito, amori e tradimenti. Ma i Re, che siano monarchi illuminati o costituzionali o assoluti, i Re sono mossi da un’intima e profonda esigenza di lasciarsi alle spalle una traccia del proprio passaggio terreno che li consegni all’immortalità. Cosa resterà, allora, di Berlusconi e del berlusconismo? Nulla, non resterà nulla, dice con impeto nichilista il poeta di Arcore Sandro Bondi. E nel dirlo decreta il liberi tutti, poiché una cosa è certa: il nulla non può essere «tradito» né ha senso immolarsi per esso.