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Perché il Drive In non fu solo un programma tv

Il Drive In festeggia 30 anni della sua vita e anche noi misuriamo il tempo che è trascorso. Il paninaro di Enzo Braschi o il bocconiano calabrese di Sergio Vastano furono simboli di un ben determinato periodo, di cui sinceramente non sentiamo la mancanza ma le cui conseguenze continuano anche ai giorni nostri. Fu l’inizio della fine.
G. V., Milano

Un programma cult e di rottura il Drive In e non solo dal punto di vista televisivo. Correva l’anno 1983, si era in pieno disimpegno, con il consumismo in vorticosa ascesa e lo spettacolo di Antonio Ricci per primo riuscì ad interpretare (o a condizionare?) la società italiana di quell’epoca. Erano gli anni dell’edonismo reaganiano, di Craxi al governo, della Milano da bere. Si guardava agli Stati Uniti con ammirazione e le televisioni di Berlusconi avevano capito l’aria che cominciava a soffiare. Molti, oggi, parlano di Drive In come il prodotto di un terremoto che poi avrebbe portato al berlusconismo, ma all’epoca pubblico e critica erano d’accordo nel giudicarlo un capolavoro. Oggi ne festeggiamo l’anniversario. Senza maledirlo?
laura.fasano@ilgiorno.net