Renzi e Letta, popolarità contro ragion di Stato
«Incarta e porta a casa». Mancavano solo il «tie’» iniziale e il gesto dell’ombrello finale alla dichiarazione con cui ieri Massimo D’Alema ha sugellato il respingimento della mozione di sfiducia al ministro Cancellieri. E dunque, cosa che evidentemente gli sta più a cuore, la ‘sconfitta’ di Matteo Renzi che invece chiedeva le dimissioni della Guardasigilli. Un entusiasmo eccessivo. E non solo perché la contestuale diffusione da parte della procura di Milano di nuovi-vecchi elementi sul rapporto tra il ministro della Giustizia e la famiglia Ligresti ci dice che la partita chiusa ieri per via politica potrebbe riaprirsi per via giudiziaria. Annamaria Cancellieri esce infatti indebolita da questa vicenda e l’emersione di elementi nuovi, anche se privi di rilevanza penale, le sarebbe fatale. Ma è inutile strologare su ciò che non si può ragionevolmente prevedere. Meglio stare ai fatti ed attenersi al livello politico della storia. In tal caso, i fatti si prestano quantomeno a una doppia lettura. E’ vero che, nonostante tutto, col voto di ieri i partiti della maggioranza hanno dimostrato di privilegiare la stabilità del governo rispetto all’ipotesi di nuove elezioni. Ma per raggiungere questo risultato il premier Enrico Letta ci ha dovuto «mettere la faccia», facendo per la Cancellieri quel che Berlusconi avrebbe voluto facesse per lui: si è esposto in prima persona, ne ha fatto una questione politica generale, ha detto che sfiduciare il ministro significava sfiduciare il governo. Letta ha dunque dato prova di carattere (e per molti già questa è stata una sorpresa) e ha vinto una prova di forza (sorpresa doppia, dunque). Ma il fatto stesso che quella prova di forza si sia resa necessaria dimostra la debolezza di una delle due gambe su cui il governo cammina: il Pd. Perché è chiaro che se martedì sera il premier non si fosse presentato all’assemblea dei deputati democratici le cose avrebbero preso una piega diversa. E’ anche chiaro, però, che Matteo Renzi non ha voluto forzare la mano. Se avesse sparato per uccidere, cioè se avesse cavalcato subito e con determinazione la linea della sfiducia, il Pd non avrebbe retto e il ministro si sarebbe dimesso. Ha invece sparato a salve. Si è accontentato di mettere agli atti una posizione «popolare» a fronte della «ragion di Stato» evocata a, torto o a ragione, da Letta. Popolarità contro ragion di Stato: sono questi gli elementi che caratterizzeranno il ruolo dei due amici-nemici del Pd nella commedia che reciteranno probabilmente fino al 2015.